Ott 17 2016

Strategia Digitale di Laurita e Venturini, un’introduzione

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9788820375072Trovai molto valida la prima edizione del manuale di Strategia Digitale di Giuliana Laurita e Roberto Venturini, 2016 Hoepli, tanto da conservarne sulla scrivania una copia – dedicata – perché repetita iuvant, sempre.
Quando poi, qualche mese fa, Giuliana mi ha chiesto di scrivere – insieme ad altri ben più bravi di me – un’introduzione alla nuova edizione, scritta sempre con Roberto, non potevo non accogliere con entusiasmo questa richiesta.
Così, mi misi a scrivere alcune righe che sentii particolarmente e di cui sono orgoglioso. Eccole.


In un film del 1962, Jules et Jim, Truffaut faceva raccontare a uno dei personaggi un aneddoto sulle aspirazioni e le professioni.

Il poco che so lo devo al mio professore, Albert Sorel.
“Cosa vuol diventare?”, mi domandò.
“Diplomatico.”
“Ha una grossa fortuna?”
“No.”
“Può con qualche apparenza di legittimità aggiungere al suo cognome un nome celebre?”
“No.”
“E allora rinunci alla diplomazia.”
“Ma allora cosa posso fare?”
“Il curioso.”
“Non è un mestiere.”
“Non è ancora un mestiere. Viaggi, scriva, traduca, impari a vivere dovunque, e cominci subito. L’avvenire è dei curiosi di professione. I francesi sono rimasti chiusi in casa per troppo tempo. Troverà sempre un giornale che paghi le sue scappatelle”. 

Se Truffaut potesse riprendere la sua poetica e portarla ai giorni nostri probabilmente aggiornerebbe questo dialogo. Nel frattempo, dagli anni ’60 del novecento, il giornalismo è sempre più in difficoltà e, quasi come per la professione di diplomatico descritta dal film, sembra appannaggio di chi se lo può permettere (trattasi di generalizzazione, ovviamente, quelli bravi emergono indipendentemente da ogni variabile, di grazia).
C’è dunque un mestiere che permetta di mantenere viva la curiosità e, in un certo senso, di viaggiare costantemente? Esiste eccome e ha che fare con il digitale.
È infatti la curiosità la leva che non deve mancare allo stratega digitale di professione: grazie a Internet e ai nuovi Media, è aumentata esponenzialmente la possibilità di informarsi, ricevere stimoli, scoprire per serendipity – che, anche se non è proprio così, amo vedere come la capacità di trovare qualcosa di bello in via inaspettata – nuovi trend da portare in Italia, capire perché una cosa funziona in un paese piuttosto che un altro, coglierne le diverse sensibilità culturali.
Tuttavia, la curiosità è nulla senza disciplina, un metodo e schemi che portino l’interlocutore a ragionare perché sia meglio prendere una direzione già all’inizio.
Ecco, Roberto Venturini – dopo aver inventato, con pochi, nel nostro Paese una nuova figura professionale – ha diffuso dalle colonne del suo blog il bello e la profondità di essere un comunicatore, e non solo, digitale.
Portando un costante contributo in termini di rigore e conoscenza, ha fatto innamorare del digitale più di una generazione di professionisti della rete proprio perché inseriva nelle sue righe – ricche di temi, coerenti e leggere come avesse assorbito le Lezioni Americane di Calvino – la libertà senza confini della rete, unita a una capacità critica di lettura e di creazione di schemi che rendono una strategia digitale meglio di altre.
Questa stessa ragion d’essere è riconoscibile nel libro scritto a 4 mani con Giuliana Laurita, ormai due anni fa.
Strategia Digitale è, difatti, un prezioso vademecum che non dà formule taumaturgiche, bensì pone domande intelligenti, mette in rilevo i punti focali di come andare su Internet e come trattare gli utenti, mette al riparo dal vedere il digitale come la panacea di tutti i mali.
Il nostro Paese, bellissimo e per certi versi sventurato, ha questo retaggio tra il religioso e il culturale del Deus ex Machina. Il digitale rischia di fare spesso questa fine, come se una formula aristotelica permettesse automaticamente dei risultati di un certo tipo.
Portare una strategia digitale è invece spesso un gioco di fino vicino alla psicologia, sempre in equilibrio tra le esigenze dell’utente e quelle della committenza, a sua volta suddivisa tra parrocchie, entusiasti, critici.
Roberto e Giuliana con questo volume, aggiornato di alcune riflessioni che emergono sempre a posteriori una volta pubblicata la prima edizione, fanno un corso di igiene mentale su ciò che si può fare e non fare con il digitale, preparano le aspettative e anticipano i limiti delle azioni.
Troppi progetti falliscono oggi perché mancano di base nel cliente le giuste cognizioni, sostituite troppo spesso dall’intercessione di consulenti inclini a chiudere i contratti alzando le aspettative. A proposito, il vecchio capo che ha accomunato Roberto e me in diversi periodi avrebbe detto “over promising, under delivering“.
Questo libro non è solo un manuale ma dovrebbe essere una guida per orientare nelle scelte dei consulenti (e delle agenzie) e nei compiti di controllo gli imprenditori, i responsabili marketing e chiunque metta dei soldi per sfruttare il digitale, che altrimenti – a risultati non ottenuti – rischia di fare la fine del bambino e dell’acqua sporca.
Serve anche ai professionisti del digitale, quelli seri, perché repetita iuvant, agli studenti e a tutti coloro che vogliono imparare fin da subito a padroneggiare il linguaggio di una materia apparentemente facile e spesso derubricata a “cose da ragazzini”.
Invece, se studiato a dovere, proprio un libro come questo risulta essere il tassello che mancava per una misura di ciò che di buono o meno buono può essere fatto.
L’augurio per questo libro è che, al rinnovarsi delle edizioni, resti sulle scrivanie dei comunicatori digitali così come altre professioni – gli ingegneri e gli avvocati, in primis – hanno i loro manuali tra gli scaffali, usurati dal tempo e dalle rapide consultazioni.

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Ago 24 2016

Referendum: breviario di argomentazioni inesistenti

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Il senatore UDEUR Tommaso Barbato durante la sfiducia al Governo Prodi 2008 (foto AFP / FILIPPO MONTEFORTE)

Siamo a meno di due mesi dal referendum e già ne ho le scatole piene della pochezza del dibattito dai fronti contrapposti.

Premessa doverosa per trasparenza anche se continuando a leggere vedrete che ne ho per tutti. La mia posizione è chiara: in breve, Riforma tutto sommato positiva, che supera i vizi storici e dovrebbe dare maggiore stabilità e meno pastrocchi per gestire due camere, rappresenta una buona base per eventuali cambiamenti futuri, pur essendoci degli aspetti che mi piacciono meno o su cui ho perplessità, non tali tuttavia da inficiarne tutto l’impianto nato in condizioni difficili e in un contesto molto incerto.
Detto ciò, dopo averne letto di ogni, ho deciso di scrivere un piccolo breviario per discutere la logica delle argomentazioni così da evitare future discussioni inutili e arrivare preparati al referendum costituzionale del prossimo ottobre.

È una Riforma che ha il sostegno/avversione di [inserire soggetto piacente o disgustoso a scelta]
Ecco, giudicare un progetto così importante sulla base di chi la sostiene o l’avversa è uno di quei giochi che può andare avanti all’infinito per divenire, sostanzialmente, inconcludente.
Peraltro, è sempre un rischio come argomentazione: in alcuni casi abbiamo avuto dei comportamenti schizoidi di chi l’ha sostenuta in Parlamento e poi l’ha boicottata. E quindi?

La Costituzione del ’48 è bellissima e chiara, la proposta di Riforma no e quindi va bocciata
Sono d’accordo con il dire che l’attuale Costituzione sia scritta bene e che le modifiche proposte, soprattutto in tempi di analfabetismo funzionale, siano spesso poco chiare e che sarebbe stato bene fare uno sforzo in più, al netto delle mediazioni avvenute tra le diverse letture in Parlamento, ma da qui a dire che allora bisogna votare no al Referendum ne passa eccome. Si leggano bene i contenuti della proposta senza pregiudizi. Qui un bel confronto tra le diverse parti del testo, oggetto di modifica.

La Costituzione è stata scritta da Calamandrei e [inserisci altre padre costituente a caso], mentre questa cosa dalla Boschi
Come prima, è buona creanza confrontarsi sul contenuto per cortesia (e magari cerca di essere meno sessista: non sei nel 1948).

Ogni cambiamento è di per sé positivo
Cambiare per cambiare vuol dire tutto o nulla. Anche rimettere lo Statuto Albertino allora ha la sua validità. Penso che in questo caso si debba giudicare la direzione che prende la Riforma. Posto che ogni persona in Italia – popolo di commissari tecnici e costituzionalisti – abbia il proprio modello di riforma e che l’ottimo sia il nemico del bene (come mi diceva il mio primo mitico capo), ognuno giudichi se questa Riforma fa un passettino migliore di miglioramento, senza pensare a chi l’ha proposta.
L’esame di Scienza Politica lo diedi sul libro di Giovanni Sartori chiamato Ingegneria Costituzionale: mi piaceva molto il titolo perché rendeva la delicatezza della materia e quanto tutto sia frutto di equilibri e compromessi. Ancor di più, faceva capire l’idea di come tutto possa essere un processo migliorabile, rispetto a fini e principi, anche quando si tratta di costituzioni.

Porta a una deriva autoritaria
Ecco, con tutto il rispetto per chi la pensa sinceramente così non vedo questo pericolo: ci sono i contrappesi istituzionali. C’è il Senato che, espressione delle Regioni, ha un ruolo di garanzia insieme alla Corte Costituzionale. L’unica cosa certa per ora è che ci saranno meno pastrocchi per trovare maggioranze risicate sia alla Camera che al Senato. Se poi il problema è che qualcuno effettivamente governi, ecco forse c’è chi ha problemi con il concetto di democrazia e forse se l’è meritata la partitocrazia (volevo urlare un “ve lo meritate Alberto Sordi” come in Bianca di Nanni Moretti ma non so quanti l’avrebbero capita).

Senato di nominati, è un dopo-lavoro
In Francia e Germania le rappresentanze del Senato vengono pescate proprio negli enti territoriali. Non vedo perché anche da noi non possano avere pari dignità.
E, visto che si specifica nel testo di riforma che si dovranno seguire le volontà degli elettori, non è neanche corretto dire che saranno nominati. Con questa logica allora lo sono tutti.
È vero che si poteva forse fare uno sforzo in più in Parlamento per definire a priori i meccanismi ma a fronte di un impasse in aula si è preferito lasciare a legge ordinaria questa scelta (ora ho un vuoto e non ricordo se ogni regione potrà decidere per conto proprio, verificherò). Di fatto, non mi sembra una cosa per cui cassare la Riforma con ilReferendum.

I rappresentanti delle regioni avranno l’immunità
Non vedo perché non dovrebbero averla. Il punto sono i controlli a monte – evitare di eleggere persone condannate – e fare pressione sulla giunta autorizzazioni perché i senatori rivelatisi indegni siano sottoposti a procedimenti, fatte salve le garanzie di colpevolezza, come succede già oggi. Siamo in uno stato di diritto, no?

Si risparmiano [X] soldi per il Senato
Questa è un argomento che mi sta particolarmente antipatico in tempi di pauperismo spinto ed esibito che sa solo di demagogia. Vi do una straordinaria novità per questo 2016: le cose di qualità e che funzionano spesso costano. In generale se le cose servono, non vedo quale sia il problema se hanno un costo. Il punto è farle funzionare. Avete presente quelle situazioni come le Ferrari in un garage o come, sull’altro fronte, l’amico dell’amico che fa il sito e poi bisogna pagare un professionista per rimetterlo a posto? Giudicare l’abolizione di un qualcosa sulla base del risparmio lo trovo miope e pericoloso se applicato a tanti altri ambiti.

[Tizio] ha sostenuto il No nel 2006, è incoerente il suo sostegno al Sì oggi“.
Siamo seri, se uno è stato contrario alla riforma del 2006, significa che allora sarà contrario a tutte le riforme davvero davvero?
In quel progetto del 2006 c’erano delle cose giuste e decisamente sbagliate come ad esempio la possibilità per il Premier – forse si chiamava proprio così se ben ricordo – di sciogliere il Parlamento. Ecco forse questo è autoritarismo.

Ci sarà tanta confusione legislativa
In Diritto Pubblico, esame che riguarda perlopiù la nostra Carta, si fa un distinzione iniziale tra costituzione formale e sostanziale, tra le disposizione scritte e come queste si sviluppano negli anni grazie alle consuetudini (vedi ad esempio il ruolo del Presidente della Repubblica e come esso è stato interpretato, dalla Moral Suasion all’uso del potere di rinvio). Quindi sarà naturale un po’ di incertezza ma non per questo non si può non fare nulla, altrimenti nessuna riforma potrà mai andare bene.
Se poi il problema è di attribuzioni e competenze, vorrei capire meglio anche io ma conto anche sul fatto che correttivi si faranno negli anni e sarà più facile partendo da una base che ricominciando da zero.

Ci sarà la caduta del PIL
Manca l’invasione delle cavallette: vabbe’ quell’immagine sul Referendum che è girata un mesetto fa neanche la commento. Mi limito a dire che il timore che a fronte di una bocciatura rimanga tutto fermo di nuovo per 10 anni mi sembra troppo grande per non impegnarsi a favore di questa Riforma, a fronte di integrazioni che comunque saranno necessarie negli anni. Nella Francia del dopoguerra e nella transizione tra la IV e la V Repubblica si è proceduto a più modifiche costituzionali se ben ricordo.

Piccola nota finale, come avete notato ci sono argomentazioni per entrambi gli schieramenti. Personalmente, schierandomi per il Sì alReferendum (in gran parte ne condivido la direzione e comprendo il contesto in cui alcune soluzioni di compromesso sono nate ed emerse), cercherò di stare sugli argomenti di contenuto così da favorire un dibattito sano.

Se avete altri argomenti fallaci da condividere che avete notato nelle vostre discussioni, scrivete un commento, per favore. In ogni caso, buon referendum a tutti!

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Mar 11 2016

Consigli per mangiare bene a Firenze

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Gli ingredienti per l'Inzimino mon amour

Facendo la spola con Firenze da 3 anni e mezzo, mi si chiede spesso di fornire consigli culinari per il weekend e così con il mio lapis ho deciso di fare una sciacquata in Arno con quello che Ilaria ed io – ma lei partiva avvantaggiata – abbiamo scoperto in questi anni.

È un po’ un’ossimoro ma sono un po’ tutti i miei posti preferiti, spesso per la cucina, ogni tanto per il carattere, sempre per una loro punta di unicità. Ovviamente, è tutto molto soggettivo e peraltro aspetto ancora di provare alcune icone come Burde e Coco Lezzone.
Una cortesia: se trovi utile questo post, metti un like e rilancialo su Facebook per favore, così magari raccogliamo qualche altro indirizzo. Ora noi si parte, però: troppe parole e noi si ha già fame! :)

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Set 08 2015

Correre è una scusa per ascoltare musica

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ZenoLa corsa è un momento che mi ritaglio solo per me (a parte quando sono con gli amati Cityrunners): iPhone in modalità lunetta (aka antiscocciatori), cuffie tecniche, le care adidas energy boost ai piedi e via.
Amo molto la musica mentre corro. Molti la considerano doping ed è proprio vero: dà una marcia in più.
Quella che scelgo è spesso proveniente da dj-set scovati in rete (Boiler Room e Gomma Records su tutti) ma esiste una playlist di
riserva per quando non trovo niente di nuovo. Il suo nome è übernice run.

Ritmi non troppo veloci, max 125 bpm, sonorità vicine ai mondi dell’indie, l’elettronica e il pop con qualche incursione pretenziosa o tamarra, rigorosamente in modalità shuffle.
Grazie a una richiesta di Deezer, che mi ha omaggiato di un 3 mesi di abbonamento, mi sono messo a scrivere due righe per alcuni dei pezzi inseriti nella playlist (che potete ascoltare qui).

Sunflare, Moullinex 
E’ un pezzo che adoro e che mi ricorda l’estate 2012, un’estate molto speciale per motivi sentimentali e che mi voglio portare dietro in ogni momento. L’ideale per cominciare qualsiasi cosa, una storia d’amore o anche un allenamento, che poi è la stessa cosa: in fondo lo si fa per volersi bene.

Poolside, (Pixelated Remix), Slow Down
Uno di quei brani che ogni volta mi stupisce per la semplicità dei suoni e la complessità della partitura. Mi permette di distrarmi
immediatamente anche perché a un certo punto le parole invitano a rilassarsi e ad andar piano. Quando si corre infatti, bisogna fare attenzione a non partire a razzo.

Nobosy lost, nobody found, Cut Copy
Ritmo e riff ipnotici: un sano spleen tardo adolescenziale e d’altra parte si sa che il running è una di quelle cose che si fanno con le crisi generazionali.

I Won’t Kneel, Groove Armada
Correre è una di quelle attività che ti portano molto a riflettere su quello che stai facendo, i risultati che hai ottenuto ed è facile
divagare verso i lidi dei ricordi. Questo è un pezzo che a me parla di nottate a Parigi, a camminare esausti con gli amici di una vita (Ema su tutti) con quella stessa forza e incoscienza che vorrei avere mentre corro.

Odessa, Caribou 
Lui è uno dei geni della musica elettronica contemporanea: è il momento di regolarità per la macchina che è il corpo quando corre.

Enjoy the Silence, Depeche Mode
Lo conoscete tutti. Quelli bravi che corrono dicono che non si dovrebbe ascoltare musica e che bisognerebbe ascoltare il proprio respiro, il proprio silenzio.

La musica, Munk feat Azari & III
Un caro amico di un’etichetta supercool, la Fresh Yo!, mi dice ogni volta che è Disco Riviera: eppure trovo che sia un pezzo con la sua dignità nonostante il testo superficiale. Anzi proprio per la sua spensieratezza mi fa ogni volta sorridere e dimenticare le fatiche che sto affrontando.

Melt (Zimmer rmx), Kamp
Di questo brano amo la solarità, il partire lento, il beat di sottofondo, il ritmo che cresce, il riverbero, le seconde voci. Il pezzo ammazza-fatica per eccellenza.

Animal, Miike Snow
Un altro pezzo che mi ricorda lunghe camminate, questa volta a Chicago, a novembre. Purtroppo all’epoca non correvo ancora ma
l’esplorazione urbana era già qualcosa che sentivo nelle mie corde e che ho messo poi nelle mie gambe.

Radar (Michael Mayer Remix), Hauschka
Costruzione del pezzo, dettagli, suoni che si rincorrono, il ritmo. Niente di più, niente di meno. Proprio come la corsa.

Blitz, Digitalism
Il pezzo per la ripetuta dove dar tutto e finire esausti. Regolarità e progressione tutte tedesche.

Altri pezzi, senza spiega, qui.

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Set 02 2015

Pop Economy tra Big Data, Gamification e Crowdfunding

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luciano pop economyQuesta recensione va cominciata con una premessa ragionevole quanto necessaria: poi ognuno metta la tara, come meglio crede.
Conosco Luciano Canova, l’autore, dal primo anno di università, da quando sentivano il mitico prof. Marco Cattini di storia economica spiegare il suo obiettivo per quell’anno, quello di fare un corso di igiene mentale – espressione che ormai, da allora, ho fatto mia –  per aiutarci a pensare da storici con tutto quel che ne consegue: profondità di giudizio, capacità di considerare più aspetti e variabili, l’abilità di immedesimarsi nella razionalità dei diversi soggetti che avremmo incontrato.
Ecco, Luciano con Pop Economy (Hoepli) ha perfettamente assimilato quell’insegnamento e sia riuscito a combinarla con gli insegnamenti di quel libro immortale che è Lezioni Americane del buon Calvino.
Dopo un attacco così non vorrei alzare il livello dell’aspettativa: Pop Economy è un libro divulgativo, sistema argomenti già conosciuti per gli addetti ai lavori che quotidianamente si informano leggendo riviste e blog da tutto il mondo, ma non si limita a mettere ordine a diverse materie e spunti ma ha il grande merito di porre delle domande e di lasciare al lettore la curiosità di seguirlo nei suoi ragionamenti.
Ho in particolar modo apprezzato i capitoli sulla “Spinta Gentile”, le “Cascate Informative” e le “Reti della Società Iper-connessa”. La prosa è scorrevole, le citazioni sono mai banali e gli esempi sono chiari.

Non voglio rovinare la sorpresa ma sono soldi ben spesi (10,97 euro carta, 5,97 su Kindle con possibilità di un estratto gratuito) per una gradevole lettura di poche ore che vi aiuterà a restare curiosi.

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Dic 03 2014

Idee regalo per il primo Natale #zerostress

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fighter_324_1Natale #zerostress è quella cosa che ti capita con Paypal quando gli altri si stanno azzuffando nei negozi. Parafrasando il più grande dei Fab 4, è quello che mi è venuto in mente quando è finito #nataleconpaypal, l’operazione Paypal – di cui peraltro sono un grandissimo fan – che mi ha permesso di chiudere al primo dicembre tutti i doni previsti per Natale.

L’impegno preso con Paypal è stato quello di partecipare, rispettando un budget predefinito, alla settimana dello shopping on line che culminava nel Black Friday e nel Cyber Monday, occasioni US ormai sdoganate anche al di qua dell’Atlantico.
Questi due eventi nascono in US per dare inizio alla stagione degli acquisti natalizi. Il primo, in particolare, è anche un indicatore economico molto importante – che determina una previsione degli andamenti della stagione – e pertanto spesso le aziende si impegnano per la buona riuscita con offerte e sconti. Le code presso il retail iniziano dalla sera precedente, a volte scattano a mezzanotte: insomma, stress totale garantito.
Di fronte a questa prospettiva, quando Paypal mi ha sfidato, insieme ad altri shopping guru (lol), a compiere tutti gli acquisti per Natale in una settimana, la risposta è stata affermativa e, a sette giorni, la sfida vinta.
A parte che ho scoperto come funzionano con Paypal i pagamenti in app terze (momento nerd, spettacolo!), l’operazione mi ha dato la possibilità di andare alla ricerca di prodotti e siti diversi dai soliti noti.
Dai libri e dal lego Star Wars da IBS.it alle stampe di foto Instagram – Printic, codice sconto 0BC476, e Polagram, codice PGL5UTSK – ad abbonamenti Spotify, a biglietti del treno e a della tecnologia per runner da Decathlon, gli acquisti più particolari – e di cui saranno particolarmente felici i riceventi – sono stati quelli da IloveDoodle, una disegnatrice malesiana incredibile capace di unire semplicità e fantasia, e Donna Wilson, un’artista dallo straordinario talento.

Sono però i calzini oybo l’acquisto definitivo di cui sono più orgoglioso, grazie all’edizione speciale dedicata a Fight the Stroke, l’associazione benefica che due straordinarie persone hanno creato partendo dall’esperienza del figlio (qui il TED meraviglioso).
Se Natale è occasione per fare del bene, partirei da loro: se poi è #zerostress e vi permette di godervi la vita mentre gli altri sono in coda, anche meglio.

[Disclaimer: post per certi versi sponsorizzato].

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Dic 02 2014

Nerio Alessandri, un libro per smuovere

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NerioCoverPer Nerio Alessandri da queste parti si nutre una grandissima stima: è una di quelle persone in grado di cogliere gli aspetti fondamentali di una disciplina e applicarli rapidamente, e con successo, al proprio ambito.

Fin dagli inizi, con questo spirito il giovane Nerio riesce a crescere e a creare quel gioiellino che è Technogym. Dalla meccanica all’elettronica al digitale e, per il prossimo futuro, l’Internet of Things.

Di fronte al suo libro – “Nati per muoverci“, Baldini & Castoldi, (IBS o Amazon) – è raro trovare un testo in grado di prestarsi a così tanti livelli di lettura: un viaggio negli anni ’80, un saggio di formazione, un’epopea imprenditoriale, un manuale di business innovation e management, un programma politico nel senso più nobile dell’espressione.
Gli elementi che legano questi generi così diversi sono quelli dei materiali preziosi per una mente viva: curiosità, consapevolezza, intuizioni, cultura del lavoro.

Il libro è godibile in grandissima parte e si legge tutto in un fiato, forse si trascina un po’ nel finale ma riesce a restituire in quasi tutte le sue righe una gran quantità di concetti e aneddoti legati agli inizi, ai sodalizi sportivi e agli incontri più importanti legati allo sport, allo spettacolo e alla politica: Senna, Briatore, Schumacher, Todt, McCartney fino all’episodio meraviglioso del Cremlino o all’inaugurazione del Technogym Village.

Non sono solo storie piacevoli o interessanti. Lungo le pagine Alessandri riesce a spiegare con semplicità l’elemento centrale del suo modus operandi, che è il vero protagonista del libro: l’imbestio di suo conio, quel misto di fame e grinta per il risultato e il prodotto, quella forza che porta lui e i suoi collaboratori a migliorarsi sempre, a non sedersi mai sugli allori.

Se una cosa ha successo, è già vecchia” è uno degli adagi più paradossali di Alessandri: riesce a comunicare pienamente l’amata distruzione creatrice di Schumpeter che, tuttavia, non si limita ai concorrenti o all’ambiente in cui opera l’azienda ma passa soprattutto per la propria azienda.
Il grande merito di Alessandri è quello di aver posizionato la sua azienda su concetti più alti, non solo aggiungendo il tocco in più, quello italiano legato al design, ma anche associando la propria impresa – la lingua italiana che permette questa doppia sfumatura è una lingua meravigliosa – alla filosofia del Wellness catalizzando e cavalcando una vera e propria domanda latente. 

L’obiettivo di Alessandri è ambizioso: il miglioramento della vita delle persone attraverso uno stile di vita adeguato che include il movimento, la salute e la prevenzione. A questo proposito c’è una sua frase dalle implicazioni molto forti: “la cura è un diritto, la prevenzione un dovere“. Dentro ci si vede una dottrina politica fatta di consapevolezza e responsabilità, sia verso gli altri che verso se stessi.

Sarebbe fantastico poter scrivere molto altro sul libro ma non si vuole correre il rischio di rovinare il piacere della lettura (disclaimer, tomo che ho avuto in dono ma che avrei acquistato).
Un ultimo consiglio. Per questo Natale fate un favore alla comunità, regalate “Nati per muoverci”a chi è in crisi, si piange addosso, deve crescere se stesso (o i figli), oppure prendetelo per voi stessi, leggetelo e poi gambe in spalla per rendere questo mondo un posto migliore.

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Mag 15 2014

Corsa, che passione

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Adidas CityrunnersAvevo semplicemente bisogno di una scusa per tornare a fare sport in modo continuativo e invece ho scoperto una nuova passione. Correre è quel qualcosa che mentre fai vorresti finisse subito e che quando finisce pensi già alla prossima. Per questo credo che l’ambiguità della parola passione – tra pena e forte attrazione – sia quella che meglio rappresenta il running.

E’ quello che è successo oltre un mese fa con la prova finale del programma #cityrunners: una frazione di 10km che poi si sono rivelati 11 e qualcosa all’interno della City Marathon di Milano.

Avevo forti timori, contrapposti alle convinzioni del nostro coach Stefano: da una parte la mancanza di continuità sui 10km in allenamento – al massimo erano 8 – le tibie, il timore per la caldazza che soffro particolarmente – sono uno di quelli che a gennaio con la merla corre a calzoncini corti –  e il problema della colazione, e dall’altra le parole del coach sulle possibilità di poter stare ampiamente sotto l’ora.

Magari, la prossima volta, la sera prima mi sfondo di amatriciana come suggerisce Cristiano, anziché di cinese (è meglio riservare la mitica scodella di fuoco di Wang Jiao per il dopo).

Le sensazioni che ho avuto correndo è stata quella della scoperta, un concetto che continua a tornare: come dice Aldo Rock, alla fine della fiera,  letteralmente, ci sono questi canyon di cemento. E’ affascinante vivere a piedi quelle strade che solitamente si percorrono in macchina: cavalcavia,  sottopassaggi, lunghi rettilinei. In auto non ci si rende conto della lunghezza e della qualità delle strade, della bellezza del filo d’erba e del fiore che imperterriti crescono ai  lati (sì, la corsa è una droga che distorce). I dettagli dell’asfalto.

Mentre sfilavo il cemento sotto ai piedi, i pensieri che mi rincorrevano era la sensazione che avrei avuto un giorno ripercorrendo, in auto, quelle strade. Godevo già della soddisfazione del futuro, di raccontarlo ai miei figli, alla mia ragazza, agli amici, a me stesso. Non c’è niente di più bello nella vita che raggiungere un risultato. E Federico lo dice bene: il running è battere se stessi in compagnia di altri.

Il film che ancora oggi, a distanza di un mese, ho scolpito nella mente è la curva verso p.le Kennedy, la salita, il ponte. Un viale usato solitamente per uscire dalla città, diventa la porta di accesso per i cityrunners. Salmoni che risalgono la corrente. Pensavo ossessivamente di essere capitato in una puntata di Walking Dead (no, a dettare i tempi non era Zombie Nation, bensì i soliti Justice) e immaginavo variazioni sul tema. (sì, ribadisco, la corsa è una droga che distorce la realtà).

In corso Sempione, al km 6 ho avuto una crisi abbastanza forte alle gambe per un paio di km che mi ha abbassato di moltissimo i tempi già modesti.  Una passione da Nuovo Testamento. Ripresomi al 9° ho deciso di dare tutto di nuovo ma era forse troppo tardi, nonostante la leggerezza ritrovata. Il cambio staffetta era già lì, mannaggia.

Stare comunque sotto l’ora al debutto, in condizioni soggettive e oggettive particolari è stata comunque una bella soddisfazione e fa ben sperare per il futuro per il quale alcuni obiettivi sono già lì, nonostante l’estate. Insomma, i primi 10km non si scordano così come Cityrunners.

E’ stato un programma talmente bello e intelligente – incontri regolari in posti particolari, compagnia super, bei contenuti – che adidas è riuscita nel difficile compito di coinvolgermi in una disciplina che mai avrei considerato vicina e per me rappresenta oggi lo stato dell’arte per queste iniziative. Grazie a loro, dalla passione iniziale – tormento- supplizio – la corsa è diventata quella bella e piena dei nostri tempi.

[Disclaimer: post per certi versi sponsorizzato].

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Mag 14 2014

Hackathon aziendali: R&D per aziende smart

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Appathon UnicreditDa queste parti uno dei cavalli di battaglia più abusati è la similitudine tra ecosistema odierno delle startup e il mercato discografico di qualche anno fa: una volta, 3-4 major importanti e la miriade di etichette indipendenti che facevano A&R e scouting alla scoperta di nuovi artisti; oggi, gli agguerriti player che, oltre che internamente, trovano innovazione anche tramite acquisizioni di startup esterne.
Questo mondo emergente è fatto di giovani imprenditori (basta chiamarli startupper) che tentano nuovi modelli di business, adattando quelli tradizionali o scoprendone di nuovi.
Ci sono, poi, le classiche aziende che si sono accorte di questo fermento – un R&D fatto dalle startup e da giovani di talento – e tentano di cavalcarlo più o meno bene.

Qualche mese fa, ad esempio, un’iniziativa di Metropolitana Milanese organizzava un hackathon per la realizzazione di un’app e un montepremi di 1.000€ (sic!): con un brief così dettagliato (leggi qui) sembrava una gara a basso costo, un modo per risparmiare sulle agenzie e avere lavoro quasi gratis facendo leva sul bisogno delle persone di emergere.
Per fortuna non tutte le aziende sono così: imprese illuminate, coadiuvate da ottimi partner, cominciano a guardare con reale interesse –  senza dare la mera impressione di sfruttare in una sola direzione, la propria ça va sans dire – a questo fenomeno genuino degli hackaton.

Tra gli ultimi eventi più interessanti su cui sono stato recentemente coinvolto, oltre all’iniziativa Iveco con Talent Garden Torino, c’è Unicredit che ha lanciato un Appathon e lo ha fatto nel modo giusto dando valore vero ai partecipanti –  web designer, developer e business – con diversi punti di forza:
a. Il montepremi, prima di tutto: 18.000 euro, di cui 10.000 al team vincitore, saranno bruscolini per una banca ma sono un bel cambiamento di rotta rispetto alla “visibilità” che spesso si traduce in visibilità solo per l’organizzatore.
b. L’impegno di risorse della banca: sono 24 i mentor coinvolti da ogni livello e settore di Unicredit durante la maratona, notte compresa. Mentre quello della banca è evidente, il valore per i partecipanti è aver piena focalizzazione sul business e avere stimoli di pragmatismo. A memoria non ricordo un impegno così forte da parte di una società tanto importante.
c. I brief e i temi sono talmente generici – mobile banking e edu-finance – da dare l’impressione di una reale apertura di Unicredit alle idee esterne che possano essere di innovazione vera.
L’innovazione è infatti tale se è vicina ai bisogni dei clienti, come hanno più volte affermato durante la conferenza di lancio.
d. La possibilità per i partecipanti di farsi notare e di vedersi riconosciuto il talento finalmente in modo proficuo. Purtroppo – ma non potrebbe essere altrimenti – le gare delle grandi imprese su certi servizi sono spesso sottoposte a molti vincoli. Questo Appathon supera questi limiti e permette ai talentuosi fuori dal mondo delle agenzie di fare il loro.

Combinando questi elementi, Appathon è forse il primo esempio in Italia di strategia azzeccata di hackathon aziendali da parte di una realtà enorme: le aziende smart sono quelle che tramite questi eventi hanno uno scambio paritario,  in modo onesto e proficuo per tutte le parti, con un reparto R&D diffuso fatto di talenti.

L’appuntamento è per il 21 e il 22 giugno. Io ci sarò, chi mi fa compagnia?

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Feb 28 2014

Pavé: una strada sostenibile da percorrere

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Qualche mese fa ho letto una cosa un po’ melensa ma vera: quando una cosa si rompe oggi la si butta, mentre una volta la si riparava. Lo stesso pensiero mi è venuto in mente con uno dei simboli di Milano, il pavé, che per volere di alcuni rischia di fare la fine dei Navigli: chiusi durante il periodo fascista per ansia da bonifica e, secondo alcuni, per far spazio alle auto, oggi vengono rivalutati tanto che qualcuno li vorrebbe riaprire.
Detto questo, le argomentazioni #bastapavé mi hanno riportato con la memoria ad Asfalto che ride di Carcarlo Pravettoni, partito fuffa che nel ’98 al mio seggio dove facevo lo scrutatore prese parecchi voti, nulli ovviamente #truestory.
Su queste argomentazioni ho voluto riportare le mie impressioni da cittadino che si muove prevalentemente in bici, ogni tanto in auto, e sostiene una mobilità sostenibile.

a. Dato storico ed estetico: il pavé è diventato negli anni l’essenza di Milano come lo furono i Navigli, capace di rendere più bella ogni strada della città, anche di periferia come in via Montegani. Lo sa anche il Comune di Milano che è una cosa di pregio tanto da continuare a utilizzarlo in alcune zone. Ora, provate a immaginare visivamente con l’asfalto una strada oggi in pavé. Cosa è meglio? Poi pensate a S. Gottardo e via Meda su cui qualche anno fa è stato steso l’asfalto subito pieno di buche, lo dico anche da ciclista. Erano meglio prima o dopo? Ecco, magari non facciamo lo stesso errore.

b. Dato di fatto, ecologico ed economico: manca la manutenzione. In una discussione su FB una persona che lavora alla comunicazione del Comune di Milano ha candidamente ammesso, salvo poi cancellarsi dal thread, che dal 2006 manca un piano di manutenzione ordinaria del pavé. Perché? Se facciamo un confronto con l’asfalto, anche quest’ultimo va mantenuto e peraltro rifatto ogni tot anni. Ma è meglio una lastra da risistemare o piuttosto rattoppare una strada con materiali che si deteriorano (e spesso macchinari ingombranti) per cui dopo 2 anni siamo punto e a capo? La media di manutenzione del pavé è di minimo 10 anni (intesa come sistemazione di tutta la carreggiata) mentre gli interventi occasionali valgono tanto quanto le riparazioni delle buche con il sacchetto di asfalto, così dicono. E’ come prendere delle scarpe di qualità che ti durano 10 anni invece di quelle economiche che butti dopo 2 anni e al terzo mese già scricchiolano.
Argomentazione extra: il pavé resiste al gelo e al sale non come l’asfalto che si rovina ogni inverno (e fu così che il global warming salverà l’asfalto). Peraltro, ho come l’impressione che l’asfalto scaldi di più d’estate.

c. Dato culturale e pratico: in numerose città la pavimentazione storica, non necessariamente a lastroni, viene valorizzata. Gli Champs Elysées a Parigi fino alle vie di Piacenza e Ferrara. La manutenzione è solo questione di know-how (che si può recuperare dall’esperienza di queste città) e di volontà politica per un tessuto urbano vivibile e compatibile, anche in periferia o in zone non particolarmente belle. Se abbiamo una cosa bella e valorizzata pure in altre parti del mondo o in Italia, perché toglierla a Milano? 

d. Esperienza storica personale: si dice che la pavimentazione storica non sia adatta per il traffico pesante. A parte che il pavé è stato tolto anche in vie residenziali in area C come via Aurelio Saffi, nella mia esperienza di 30 anni a Milano, quando ero piccolo negli anni ’80 alcune vie in pavé come Ticinese, corso Magenta, via Torino erano aperte al traffico di ogni genere e non avevano problemi di lastre divelte. Oggi, nonostante siano in gran parte chiuse al traffico regolare, sono messe ben peggio, quindi non è una questione di automobili e traffico, riflettiamoci.
Se poi pensiamo a pza. Duomo con traffico inesistente e al suo recente rifacimento, ecco, è la conferma che il problema sono le ditte milanesi e/o la mancata manutenzione. 

f. Esperienza di ciclista: vero che l’asfalto è più scorrevole ma molti ciclisti con cui ho parlato sono pronti ad avere una città più bella (con un pavé ben mantenuto) e più sicura: con il pavé, infatti, le macchine vanno più piano e sono più attente. Il pavé è dunque compatibile con una città più sostenibile e bella per tutti e con l’orientamento del Comune a limitare la velocità dei veicoli a motore.

g. “Il pavé è sporco“. L’asfalto è pulitissimo, invece.

f. “Il pavé è più rumoroso“. Concesso (soprattutto, se le macchine non facessero rumore).

h. “Si lascia il pavé nelle vie storiche e di pregio e dove lo decide la sovrintendenza“. A parte che la lista delle strade da asfaltare andrebbe annunciata per tempo, con affermazioni di questo tipo si ammette, giustamente, che il pavé sia di pregio. Da persona attenta verso tutti, vorrei che questo pregio fosse mantenuto, se non esteso, anche per chi non ha avuto la fortuna di essere inserito in una zona di pregio e potesse così avere la possibilità di godere di quella piccola bellezza che il pavé rappresenta e porta.
Dalla Moratti niente ma da una giunta di centrosinistra mi aspetto questo genere di sensibilità.

i. “Il pavé rovina le sospensioni“: se non è dissestato non le rovina, così come peraltro le buche. E’ poi paradossale che da chi sostiene una mobilità alternativa alle auto arrivino queste argomentazioni ma tant’è.

l. Insomma, il pavé risulta essere forse meno veloce dell’asfalto ma in una città forse dovremmo pensare a molti elementi quali la bellezza di una soluzione, le tradizioni, l’economia, la sostenibilità delle cose e la sua funzionalità generali. Credo che il pavé presenti molti più vantaggi rispetto all’asfalto e che quelle cose negative siano facilmente risolvibili con minimo di volontà politica.  

Piuttosto che perdere il tempo con il falso problema del pavé – basta la manutenzione richiesta peraltro in quantità maggiore anche dall’asfalto – creiamo delle soluzioni per consentire il traffico delle bici in una corsia riservata e punire i comportamenti che indipendentemente dal pavé sono da riprendere come sosta selvaggia o eccesso di velocità.

Non roviniamo una cosa che molti ci invidiano o che, in alcune parti d’Italia, stanno riscoprendo, altrimenti finirà come per i Navigli: negli anni ’20 ricoperti dai fascisti, oggi in odore di riapertura. Facciamo già adesso quello che faremo fra 80 anni: valorizziamo il pavé. #ForzaPavé.

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Feb 17 2014

Mattèo, i piccoli fan e l’ecologia del linguaggio

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Quando si parla e si discute di politica, soprattutto sui Social Media, sempre più si incontrano i fan di questa o quella fazione arroccati sulle proprie posizioni: non esiste confronto ma solo un continuo sbattere la propria verità in faccia agli altri (cit. Vittorio), a volte forzando i presupposti su cui quella stessa verità – anzi, narrazione detto nella maniera di qualche figuro – si era costruita.

A proposito, cito sempre questa frase fantastica* del sindaco di New York negli anni ’80, Ed Koch, perché mi sembra estremamente indicativa rispetto ad alcune polemiche e relative risposte di questi giorni – tutte estremamente razionali a modo loro, tutte fallaci in uno scambio di ruoli molto interessante – a beneficio di un’ecologia del linguaggio (cit. Gilioli):

If you agree with me on 9 out of 12 issues, vote for me. If you agree with me on 12 out of 12 issues, see a psychiatrist”.

*Ovviamente, al netto di quella più importante pronunciata da lui che abbiamo un po’ tutti sentito in vita nostra incisa sul CD live o , con tanta fortuna, al Central Park: “Ladies and gentlemen, Simon ad Garfunkel”.

PS A scanso di equivoci, il Mattèo del titolo è solo uno spunto di questi giorni per dinamiche che interessano anche i Pippo, i Beppe et al.

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Gen 24 2014

Una giornata attraverso i brand ovvero Brand ergo sum

A volte, da queste parti, si ha (e si dà) l’impressione che senza citare un brand non si riesca ad avere quel social sollazzo che sono cuori e like.
Spesso è come se le persone – in primis da queste parti, eh – senza marche non riuscissero a stare, come se la presenza di una marca riuscisse a nobilitare di riflesso la presenza online di chi la mostra. I brand rassicurano.
Brand ergo sum, verrebbe da dire. 
E dopo tutto è la funzione che si prefigurano i brand che mirano a costruire un valore intorno alla propria identità, capaci di generare un fenomeno di esibizione e desiderio, aspirazionale in una parola, aderenza alla marca e ai suoi valori.
Visto questo fenomeno cosa succederebbe se si decidesse di descrivere la propria giornata non in base a quello che si è fatto ma citando direttamente i brand che si incrociano?
Così, complice questo video, mi ricordo di una vecchia campagna in cui un utente cita i brand che incontra durante il giorno*.
Si è fatto lo stesso in una giornata invernale.
Piccola nota metodologica: per inciso, non ho inserito le marche che vedo su Facebook o Twitter né tutte le auto che ho incrociato per strada. Solo pubblicità, brand riconosciuti che uso, siti che visito, brand per cui lavoro o citati nei discorsi con gli amici e i clienti. 
Il totale è di 34: avrei detto molti di più ma in effetti alcuni non li avrei neanche contati e invece erano lì con la loro presenza.
La curiosità – ma a pensarci bene è ovvio – la distribuzione statistica è concentrata soprattutto al mattino: i brand si ripresentano più volte durante la giornata. Come gli zombie o la peperonata, a volte ritornano.
Scorrendo la lista, è possibile ricostruire la giornata facendola raccontare ai brand che usiamo e citiamo. Non so se è divertente ma certamente fa riflettere.
Madamina il catalogo è questo:
Apple, 3Italia, Jägermeister, Nespresso, Esselunga, Carhartt, Adidas,
Barbour, Toyota, Whatsapp, Facebook, Instagram, Vodafone, Jack Daniels,
Campari, Barclays, Eni, Bulgari, Billa, Pam, Amazon, Monocle,
Ikea, Samsung, Deus ex Machina, Google, L’Espresso, La Repubblica,
Dove, Philips, Fructis, L’Oréal, Crodino, Ebay, Woolrich, Esselunga.

 

*Credo ne avesse parlato Michele ma, ahimè, non trovo il post né il riferimento. Santo Google, aiutami tu. [update, Michele riporta il suo post]
** L’immagine non c’entra niente: l’ho trovata qui.

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