Ago 26 2010

Il badge di Renzo e Foursquare per il turismo

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Sembrava dovesse essere l’anno di Chat Roulette e dei suoi cloni e , invece, lo sarà di 4square (vd. gli ottimi post di GBA e Vincos), il servizio di geolocalizzazione, che probabilmente riuscirà a spuntarla su tutti gli altri.
La cosa più interessante è come Crowley e soci siano riusciti a guidare la sua diffusione e capillarità sul territorio attraverso un meccanismo di gaming che assegna dei punti per ogni tappa, fino a definire una serie di lustrini, i badge, a decretare il sindaco di un luogo. La cosa si presta a tanti utilizzi ed è molto probabile come la caratteristica di gioco verrà vieppiù messa da parte a favore di altri usi. I tempi sono oggi maturi per cominciare a immaginare dei progetti.
Soprattutto, perché da queste parti - pur essendo mayor di 4 sole venue - si pensa che 4sq sarà per gli esercenti quello che è stato Facebook per gli utenti:è l’anello di congiunzione tra mondo reale e online e può essere ben sfruttato anche dalle aziende più importanti, fino a quella più importante, lo Stato.

Ispirato da Diomira che mi ha fatto leggere in privato un progetto per il turismo online - ho provato a immaginare 4sq sul nostro territorio e scenari in cui il ministero del turismo fosse coinvolto (fatta salva la precedenza di risorse a italia.it). Alle venue principali si possono associare link agli store di vari prodotti - cibo, letteratura, etc - che esprimano al meglio l’italianita’, ma soprattutto i badge possono essere tradotti nel linguaggio della letteratura italiana e dei grand tour del ‘700, quando un giro per lo stivale faceva parte del repertorio culturale e del cursus di formazione di qualsiasi giovine uomo.

Ad esempio, il badge Renzo per chi gira in Lombardia, il Conte di Carmagnola per il Piemonte, i badge Levi per chi unisce Torino ed Eboli, Fogazzaro per il piccolo mondo antico della campagna veneta, Dante per chi, scacciato da Firenze, si rifugia a Verona, il badge Svevo per chi non si decide di andar via da Trieste e fa check in in un tabaccaio locale*.

Insomma, il gioco si presta a mille declinazioni su un target heavy user che ha voglia di comunicare dove si trova in questo momento e dove alla presenza online si lega la narrazione di quella piccola cosa che fai quando non fai tutto il resto e che si chiama vita.

*quali altri badge potrebbero esserci?

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Lug 23 2010

Tra identità privata che diventa pubblica e identità pubblica privata*

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*da privare
Nelle sue foto su Facebook Michele sorride: le vacanze con le ragazze, le serate con gli amici e lo sport che lo ha accompagnato per tanti anni. Tutto lì nel social network più importante del momento. Non sono molti gli anni che Michele è iscritto ma ha avuto il tempo di riempire di contenuti il suo profilo che però resta aggiornato ad aprile 2009.
Sì, perché nel frattempo Michele è scomparso nel sonno. La bacheca presto si è riempita di ricordi e molti dei suoi amici - compagni di una vita e occasionali incontri di una sera - ancor oggi pezzi di ricordi e aneddoti che farebbero ridere e incazzare Michele, ragazzo generoso che come, tutti i timidi, oscillava tra ostentazione e massima riservatezza.

Quest’anno è venuto meno uno di quelli che la comunicazione in rete, quando ancora questa non esisteva, l’hanno creata. Il cordoglio significa una pagina Facebook aggiornata dalla compagna e presto riempita dalla rete di contatti che hanno accompagnato la vita di Alex.

Nel frattempo, dal Messico arriva la notizia di un attentato a un amico della sorella di chi scrive. “Un bravissimo ragazzo, sempre sorridente. Entra nelmio facebook, cerca [****], vai sulle foto e vedi il tipo poi capisci un sacco di cose”. Ma si continua a non capire il motivo di una morte così.

Già, la morte. I primi momenti in cui i Social Network hanno cominciato a prendere piede erano la novità con cui confrontarsi. La facilità di condivisione, i commenti, e le foto, i video: era tutto così gioioso e semplice pubblicare quello che la vita donava. A volte questa veniva accolta in diretta: ricordate la nascita di Milan, il figlio di Scoble, e il tweet del padre? (povero figlio, ça va sans dire)

Gli anni passano, i SN sono sempre più diffusi, specchi della realtà ormai rodati e patrimonio di tutti, e accade che i principali fruitori comincino, purtroppo, a mancare.
Così, càpita che il fatto più privato che ci possa essere - la propria scomparsa - venga raccontata da altri: questo perché sempre più, con questo straordinario strumento che è Internet, l’identità privata diventa ormai pubblica e l’identità pubblica viene privata - da privare - della sua linea di demarcazione con l’intimità.

Già, perché oggi i modi di utilizzo dei SN possono essere rappresentati come una linea lungo un continuum, ai di cui estremi ci sono l’identità digitale in senso stretto e la personal syndication.

In generale, i SN - Facebook in primis - rappresentano un ibrido tra identità digitale e distribuzione di contenuti più o meno personali.
Nella personale statistica di chi scrive, quelli più a rischio sono i giovani o i flaneur di professione, quelli che pubblicano tutto tranne significative eccezioni dettate dal ritegno e il pudore. Tra i contatti più maturi, tranne rari casi, invece prevale la tendenza a utilizzare Facebook e i suoi complementi come siti per segnalare eventi, prodotti o qualsiasi altra idea. Una sorta di syndacation di se stessi.
Chiaramente si oscilla tra le diverse tendenze ma il problema di un dopo, una vita oltre Facebook così come oltre la morte, è reale. Un’amica, Alessandra, mi scrive “si rischia di privare al morto la possibilità di replicare a quanto viene scritto su di lui… è un po’ una violenza. il necrologio è fatto di poche righe di commemorazione, sul sn puoi pubblicare di tutto“.

Da queste parti non si hanno idee al riguardo su cosa fare. Esistono servizi, immagino, che si occupano della propria presenza online quando uno non c’è più. Ma forse basterebbe affidarsi a un amico con un po’ di accortezza. Disposizioni chiare e chiavi di accesso alle diverse proprietà online. Ciononostante, i dubbi sono tanti come di quel che succederà, un giorno, a questo post.

PS Anche l’ottimo, al solito, Dario ne parla.

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Lug 21 2010

Giovami: nuove startup crescono

Nei mesi scorsi, un po’ per lavoro, un po’ per passione, da queste parti si è cominciato ad apprezzare il lavoro di Emanuele ed Alessandro. Dopo qualche mese di incubazione, la loro creaturina, Giovami.it, finalmente nasce il mese scorso.Alcuni potrebbero dire che si tratta del solito social network ma Giovami rappresenta un ibrido interessante tra social networking e agenda eventi. Un po’ ricorda Zero 2 ma con qualcosa in più - la raccolta punti - e un meccanismo forse un po’ complesso ma che a valle comporta tutta una serie di strumenti di marketing potenzialmente interessanti, sia in fase di leading sugli eventi che di controllo e valutazione risultati.Soprattutto, con la tendenza che si sta sviluppando intorno alla geolocalizzazione, si potrebbero rendere molto più semplici i meccanismi attuali di autotracking. Insomma, Giovami potrebbe ritagliarsi il suo spazio a Milano ed essere anche esportabile anche all’estero.Inoltre, le persone dietro sono competenti e lungimiranti, hanno visione strabica (cit. ”occhio ben puntato all’orizzonte e uno fisso per terra”) e hanno buon gusto nella scelta degli eventi da spingere con le gocce. Insomma, in bocca al lupo!

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Mar 31 2010

E-book: sòla o novità?

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Settimana scorsa, chi scrive è andato a un workshop sugli E-book. Numeroso il panel con la presenza di aziende quali Newspaper, Sole-24 ore, la Simplicissimus del buon Tombolini che ha fatto una ottima relazione, come gli altri relatori del resto. Alcune frasi sono state particolarmente efficaci.

Il profitto è un vincolo di sostenibilità, non può essere lo scopo dell’impresa. Non è che uno vive per respirare” (Tombolini, Simplicissimus)

Il modello di business è dato da un contenuto che non ha prezzo sia monetario che affettivo. Il valore economico è dato dall’accesso al prodotto e/o dalla sua trasformazione“ (Tombolini, Simplicissimus)

Per arrivare a 50milioni di utenti, la radio ci ha messo 38 anni, la TV 13, internet 4, l’ipod 3. L’e-reader quanto ci metterà?” (Franzoni, Sole-24 ore)

Con l’ipad, i magazine non avranno periodicità, avranno la pubblicità comportamentale e interattiva, gli articoli saranno più lunghi, grafica più complessa” (Franzoni, Sole-24 ore)

E-reader aumentano il mercato e portano i non-lettori ad acquistare” (Patierno, Simulation Intelligence)

Queste affermazioni, in parte basate su un device che deve ancora uscire, fanno un po’ discutere e creano dubbi, soprattutto tra gli editori tradizionali e gli osservatori.

In che senso articoli più lunghi quando c’è un tale deficit di attenzione, pure rimarcato dagli altri relatori, soprattutto tra le giovani generazioni, principale target che si vuole coinvolgere con l’editoria scolastica?
Se c’è la profilazione della pubblicità e degli articoli secondo la propria persona o lo storico delle letture, la serendipity - il vero valore aggiunto del cartaceo - dove sta?
Nell’industria editoriale dove si inseriscono i Social Network che sono un ibrido tra distributori di contenuti e la media company già oggi più grande al mondo?

E se l’ecosistema fosse composto da editori e lettori, parte dei quali, pur di ripubblicare gratis per il proprio network personale di contatti, è disposto a fare un micropagamento? Sarebbe sostenibile?

Il convegno si è spesso diviso tra gli e-reader che permettono senza eguali una sola cosa, leggere senza stancare gli occhi, e l’iPad di Apple di prossima uscita, che essendo basato su LCD pone dei problemi di lettura ma anche straordinari vantaggi in termini di interfaccia e interazione.
Proprio fuori dall’aula c’era un banchetto con gli apparecchi basati su inchiostro elettronico. Ad una prima prova sono anche interessanti ma di scarsa usabilità e attrazione. C’è ancora moltissimo da fare sotto questo profilo. A chi scrive sembra più un oggetto per vecchi, che forse preferiranno restare sul cartaceo, che da giovani. Questi ultimi peraltro preferiranno gli LCD che non stancherà loro visto che, essendo più attraente, rimedierà al deficit di attenzione e permette più multimedialità.
Dal convegno sembra emergere la volontà di indirizzarsi sull’editoria scolastica o la manualistica ma, soprattutto su quest’ultima, si ha come l’impressione che non sia corretto:
Per una rapida consultazione non è più semplice ed economico Internet?
La lobby editoriale vorrà mantenere il controllo sulla fruizione come ha fatto, sbagliando, l’industria discografica?
L’unico MKTG possibile è quello basato sull’impronta ecologica e su qualche modello di subscription o micropagamenti?

Insomma, un convegno che, pur volendo dare certezze, semina più dubbi, segno che comunque è un mercato in fibrillazione dove tutto può ancora succedere e operatori economici possono trovare una soluzione. Avete presente il Palio di Siena, gli attimi prima della partenza?

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Mar 31 2010

Cronache catanesi

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Hey Tony, finalmente vengo io giu’ e non tu al Nord. Be’, oh-Dio, anche tu ci metti di meno a venire a Milano che a Catania“.
Sindaco: “Ci dovete mettere nelle condizioni di poter lavorare
Giornalista: “Siete voi dell’amministrazione che dovete mettere le aziende nelle condizioni di poter operare
Sarebbe ingeneroso verso i partecipanti e i contenuti ridurre a queste frasi quanto invece di buono è stato e ha rappresentato questo convegno, perché a parte queste battute la giornata di Catania ha permesso a chi scrive di incontrare finalmente realtà diverse che hanno gli stessi problemi di quelli che ci sono al Nord, benché - è un’impressione - più amplificati.
Rispetto a tanti convegni celebrativi e autoreferenziali, veri e propri eventi di fuffa marketing, i dibattiti di Catania sono stati ricchi di spunti e non sono stati certamente ingessati.L’atmosfera che vi si respirava era tuttavia pieno di contraddizioni. Se al piano di sotto, c’erano gli Stati generali dell’ottimismo e del fare, sopra c’erano quelli della mestizia, disillusione, lamentela, tanto era lo sconforto su legalità, assistenzialismo, impunità.
Quel che è emerso è che ci vorrebbe una classe dirigente molto forte e autorevole. In effetti e’ un bel segnale, inciampo iniziale a parte, vedere il Sindaco seduto in penultima fila ad ascoltare e a non fare la figura del Paolo Romani, ovvero la figura di colui che con protervia e arroganza dimostra una chiara ignoranza della materia.
La coscienza di un problema e cominciare a cercare la soluzione, anche chiedendo consiglio agli esterni, sono già un buon inizio. Durante il dibattito, è stata anche buttata lì e raccolta l’idea di un tavolo operativo tra le diverse componenti sul palco, composta di imprenditori, venture capitalist e istituzioni. Si vedrà se sono le solite parole al vento.
In ogni caso, l’incontro è stato per chi scrive un corso di igiene mentale dove poter trovare conferma di alcuni stereotipi, cancellarne di altri e cogliere alcuni segnali di cambiamento, pur in un contesto segnato dall’immobilismo e dalla disillusione. Speriamo di coltivare questi segnali e farli crescere.
La prima parte della mattinata si è sviluppata intorno a dei dibattiti piuttosto accesi, in pieno stile catanese come mi ha spiegato la mia fonte locale.
Perché i talenti non sono messi nelle condizioni di lavorare? Tolleranza e Tecnologia dove sono? Proprio la brava Elita Schillaci, economista, ha dichiarato “Contaminazione tra culture, premiazione del merito, persistenza dell’azione devono essere le direttive secondo cui lavorare per l’innovazione“.
Come si colloca questa frase, perorata peraltro dalle mitiche formule di Richard Florida, non tanto a Catania ma in Italia, con una amministrazione che fa del diverso un delinquente a prescindere (vd il reato di immigrazione clandestina)?
Altri spunti significativi sono stati i seguenti:

Il gggiovane industriale: “Siamo in una regione dove i direttori generali vengono scelti dalla politica
Il rappresentante di ANCE: “No, il problema è che gli infermieri vengono scelti dalla politica

Il giovane sviluppatore/imprenditore a latere dice: “Lo spazio di 100mq all’incubatore con Sviluppo Italia costava 400€/mese prima che il Governo delegasse tutto alle regioni. Ora costa circa 800€/mese” (da verificare)

L’anima critica della città, 90enne architetto di sinistra: “Oggi c’erano 11 giocatori che giocavano tutti per una porta diversa“.

La guida di montagna, trasferitasi dal Nord qualche anno fa: “Qui c’è gente che non ha l’acqua e pensiamo alla tecnologia

Il consulente milanese: “Qui avete una risorsa enorme, il turismo, e la sfruttate male: forse l’innovazione dovrebbe partire da lì?

Il sociologo bollito: “Bisogna puntare sui digitali bla bla bla bla

Se vogliamo vedere gli aspetti positivi c’è coscienza di un problema e di alcune necessità ma si ha come l’impressione che sia una situazione gattopardesca. Si metta da parte questo elemento.

Nel pomerigio è stato il turno dei pitch, la maggior parte dei quali erano tuttavia un po’ embrionali, spesso senza slide e un’idea anche minima di metriche e struttura dei ricavi.
Per carità, quest’ultima cosa non è proprio necessaria. Parlando infatti con uno dei venture capistalist presenti, chi scrive gli ha fatto notare molte critiche che spesso vengono fatte ai VC proprio sulla loro richiesta di business plan, richieste che secondo i detrattori servono solo a farsi dare dati e idee gratis. Chiaramente non può essere così altrimenti il gioco non reggerebbe e il VC in questione avrebbe una pessima reputazione.
Quello che l’interlocutore ha detto di importante è che i business plan sono vecchi il giorno dopo e che servono solo a capire se le persone e il team hanno una volontà forte e una capacità di organizzare con coerenza un modello. Poi, più che il modello di business, sono importanti le eventuali metriche che possono esprimere il potenziale di un’idea.

Altri spunti più o meno interessanti sono stati InollSenseable Cities, la e-ludo di Salvo Mica (segnalatami dal buon Kurai) che sta creando un social - per viralità e valenza educativa - game sulla mafia, i Google Technology User Group su Catania del palermitano Francesco Passantino, l’importazione del modello di Barcellona di Roberto ChibbaroSeeMS per scrivere SMS in mobilità, Il Cubo mediatico per portare Internet nelle piazze.Il resto degli appunti li trovate su FriendFeed.

Tra le altre presentazioni quella del mio boss - #momentoslapslap - è stata ottima non solo perché ha preso temi a me cari (NDR chi scrive è laureato in scienza delle finanze) ma anche perché ha messo in rilievo alcune cose che lo Stato può già fare per permettere la nascita e la crescita sostenibile delle aziende: saldo iva al saldo fattura per le aziende sotto i 5 anni, conversione fiscale per chi produce utili e li reinveste per assumere nei primi 3 anni, finanziamenti fiscali ad hoc per le startup.Il loro limite è che sono di buon senso ma tant’è. A queste si potrebbe aggiungere una proposta: saldo fatture a 60 giorni effettivi, soprattutto da parte dello Stato che spesso fa i pagamenti. Hey, Brunetta della Pubblica Amministrazione, cominciamo a dare il buon esempio? Vuoi spiegare perché se un professionista salta il pagamento arriva la finanza, se lo fai tu invece non succede niente o al più ti fai un decreto interpretativo? Soprattutto, dovrebbe essere garantito dalla legge che chi va fuori dai pagamenti, va sotto controllo della finanza. Non la solita sequela dell’ufficio acquisti che ti paga dopo la scadenza e spesso chiedendoti pure lo sconto.

A questo punto è chiaro qual è il filo rosso che collega davvero gli interventi: il vero convitato di pietra della trasferta emerso qua e là nelle discussioni è il bisogno forte di legalità. Ancora dopo quasi 20 anni dalla primavera siciliana.

Se si dovesse riassumere tutto in poche domande: non è velleitario parlare di innovazione quando mancano le certezze su questo versante? Quando in alcuni paesini mancano le infrastrutture di base? Quando Catania e Palermo sono a un 1h30 di autostrada e 4 di treno con cambio a Gela? Possibile che in tre giorni chi scrive non abbia trovato una persona favorevole al ponte sullo stretto?

Alla fine della 3 giorni siciliana, si torna con più dubbi che certezze, e si è quindi piuttosto combattuti tra due orientamenti: ci concentriamo sull’innovazione come volano dello sviluppo possibile oppure proviamo a partire da zero? E quanto siamo disposti a cedere alle nostre pseudo libertà quotidiane per il bene comune? Una risposta precisa qui non si riesce a dare ma forse bisognerebbe cominciare a ragionare su questo aspetto.

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Mar 17 2010

5 domande sull’innovazione

Published by admin under segnalazioni, vita reale

Giovedi’ si sbarca per la prima volta a Catania, Sicilia, invitati dal Comune, per gli Stati Generali dell’Innovazione (con Facebook) e per il relativo Barcamp che si terranno il 19 marzo.
E’ la citta’ che reinventa se stessa con la partecipazione dei cittadini. Cool.

L’occasione e’ grande per capire lo stato dell’arte, sentire le ultime novita’ sulle tematiche che interessano molto a chi scrive, e fare alcune interviste a persone dell’ecosistema.
Le 5 domande sull’innovazione da porre a loro, a meno di casi specifici, dovrebbero essere le seguenti:

  1. Quali sono le 3 condizioni per l’innovazione?
  2. Qual’e’ la principale esigenza per una startup?
  3. Quali differenze rispetto al resto d’Europa/Mondo?
  4. Quale vantaggio competitivo ad investire in Italia?
  5. Se fossi un investitore, in quale settore ti orienteresti?

Altri suggerimenti, per favore?

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Mar 16 2010

Facebook, realta’ aumentata, QR code

Published by admin under comunicazione, social network

qr codePoche ore fa, verso mezzogiorno, Facebook ha rilasciato una nuova funzione, proprio sotto la foto del profilo, per generare un QR code del proprio status.

I QR code sono quei quadrati con dentro altri quadratini, delle specie di codici a barre piu’ complessi che permettono agli utenti di alcuni telefonini di avere delle informazioni aggiuntive.

Interessante e’ la funzione di generare il PDF del codice da inserire su documenti, biglietti da visita, cartelloni pubblicitari. Basta puntare l’obiettivo del telefonino sul QR code e, nel caso di quello fornito da Facebook, si e’ veicolati verso il profilo utente o la Fanpage.

Niente piu’ problemi nei club rumorosi. Bastera’ usare un telefonino e scambiarsi il QR code.

La funzione era – e’ d’obbligo l’imperfetto perche’ dopo pochi minuti e’ stata tolta - presente anche sulle Fanpage aziendali e non funzionava, i codici nn venivano generati ne’ esportati.

Tuttavia, dopo la mossa di fondere la Chat di Facebook con il Messenger, e’ interessante capire come si sta muovendo il colosso di Palo Alto: sta fornendo alle Aziende la possibilita’ di creare maggiore interazione e viceversa, forte dei suoi 400 milioni di utenti, suggerisce una stretta identificazione tra QR code e la piattaforma stessa. E’ il definitivo sdoganamento sulla massa degli utenti, la forzatura per rendere piu’ coinvolgente la presenza delle aziende su Facebook e portarle sempre piu’ sotto il suo cortile.

Le domande dunque sono: sempre piu’ vedremo aziende con il sito principale su Facebook? Quanto le aziende sono disposte a cedere il controllo dei dati sui  proprio utenti alla piattaforma? Ma, soprattutto, quanto gli utenti saranno contenti di questa funzionalita’?

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Feb 25 2010

Censura o tutela per la liberta’ di essere dei cretini?

Published by admin under comunicazione, social network

(ovviamente per liberta’ dei cretini si intende anche quella di chi scrive castronerie come queste)

Generare una notizia e’ a volte molto semplice e bastano pochi elementi:

  1. Un sentimento becero, moralmente e socialmente scorretto
  2. L’hype del momento, in questo periodo Facebook

Nei giorni scorsi se n’e’ avuta l’ennesima dimostrazione quando si e’diffusa la notizia di un gruppo su Facebook, con oltre un migliaio di iscritti, dove, con un certo disgusto, si incitava a giocare al bersaglio con i ragazzi down.

Dopo le varie denunce sui media sono anche sorti 3 gruppi, per un totale di oltre 200mila persone, per chiedere la chiusura del gruppo.

Era da un po’ di giorni che da queste parti si voleva andare a curiosare in quel gruppo per verificare delle ipotesi che ronzavano per la testa. L’ipotesi riguardava i bassi legami sociali di queste persone.

Quando, finalmente si ha avuto un po’ di tempo libero, si e’ partiti con la ricerca, solo che il gruppo era scomparso - bannato, cancellato, autocensurato? - insieme ai volti degli idioti che vi si erano iscritti.

Anche alla luce della sentenza di oggi contro Google o di altri episodi simili, mi sembra inopportuno che la piattaforma, se non e’ stata un’azione del fondatore, provveda a cancellare, come richiesto dagli oltre 200mila utenti dei gruppi contro, quella che secondo me e’ liberta’ di espressione: ognuno ha il diritto di essere un cretino ed essere esposto per questo al pubblico ludibrio. (come capita o e’ capitato a chi scrive, ça sans dire).

A volte e’ difficile non fare una figuraccia: il click facile, la superficialita’ o la mancanza di pudore possono portare ad aderire a gruppi dal nome molto equivoco o a giudicare frettolosamente. E’ quel che e’ successo a chi scrive quando ha visto che alcuni dei suoi contatti, omosessuali, si erano iscritti al gruppo “Le 10 ragioni per dire no al matrimonio gay”. Incuriosito da questa contraddizione, chi scrive va su quella pagina e nota che e’ tutto una cosa ironica e che con ragionamenti per assurdo si andava a smontare tutte le critiche che i conservatori illiberali portano avanti. Adesione immediata. 

Eppure, dopo poco, alcuni contatti fecero una richiesta di spiegazioni, privata o pubblica, commentando negativamente l’attivita’ presente sulla bacheca. Pur conoscendo le idee in merito, si stupivano dell’adesione a quel gruppo, senza neanche avere la curiosita’ di andare a vedere e verificare.

Il senso di questo discorso riguarda il controllo che i Social Network dovrebbero poter agevolare.

In sociologia urbana o in architettura si da’ molta importanza ai concetti di comunita’ che si sviluppano intorno ai complessi residenziali: l’edilizia popolare di Chicago Sud o i palazzoni anonimi della periferia parigina rendono l’individuo anonimo e poco controllato socialmente perche’ non favoriscono le relazioni e i legami che la conoscenza regala. La stessa logica regna nei Social Network.

Presi questi elementi, sarebbe venuto da se’ l’esperimento comparativo in mente.

L’ipotesi di partenza era questa: chi si iscrive a quei gruppi beceri ha un numero di contatti minore rispetto alla media, contatti che possono pubblicamente criticare le scelte e, infine, toglierti la possibilita’ di essere un idiota. Se ho pochi contatti, saro’ piu’ portato a tirare fuori il peggio di me perche’ poche persone mi diranno che sbaglio o mi faranno ragionare.

Altro elemento – banale ma importante – da considerare e’ che le persone in generale si trovano e diventano amici – piu’ facilmente nel senso di FB - per via di interessi comuni.

Insomma, per poter verificare questa ipotesi bastava, per modo di dire, andarsi a vedere gli aderenti al gruppo e vedere il numero medio di contatti. Sono abbastanza sicuro che il numero medio di contatti fosse abbastanza limitato e inferiore alla media.

Per inferenza - okkkkey, processo logico fallace in partenza - potremmo quindi parlare di cluster piccoli e dai legami deboli con qualche caratteristica comune, l’idiozia, ma effettivamente non so quali altre ipotesi far conseguire.

So solo che qualsiasi liberta’ di espressione – e, va da se’, di dimostrare di essere dei deficienti - vada punita dal pubblico ludibrio piu’ che da quella che da queste parti e’ vista come voglia di censura.

Che ne dite? 

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Feb 19 2010

Brunetta e i furbetti della trasparenza

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Vittorio conduce una ricerca sulla tanto sbandierata, quanto meritevole, riforma Brunetta sulla trasparenza nelle PA, e scopre che le pagine dove sono presenti queste informazioni sono invisibili ai motori di ricerca, che poi sono il principale modo con cui le persone accedono all’informazione.
In Italia, si fa cosi’: si mantengono onorevolmente le promesse ma si fa in modo di nascondere la polvere sotto il tappeto di un codice html, per chiudere gli occhi e continuare a fingere di cambiare. Dal Paese del Gattopardo, non ci si puo’ aspettare che questo.

Lo si legga e si diffonda. Per metodologia e rigore c’e’ molto da imparare e soprattutto fa capire che non serve il tema sensazionalistico, il  grande personaggio o la soffiata per fare del buon giornalismo. Grazie Vittorio.

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Feb 17 2010

La vivisezione dei dipendenti

Published by admin under comunicazione, social network

(post in cantiere da quasi 2 mesi, aggiornato per altri motivi. Specifichiamo giusto per far capire quanto sia stato “messed up” poi quel che e’ successo dal 2 febbraio e’ un’altra cosa, ok?)

Nel post di Marco si parla molto di come le marche siano sottoposte allo svisceramento che gli utenti, prima che consumatori, fanno verso un particolare brand.
Quando ci si avvicina ad una marca e’ molto utile per molti sapere cosa ne pensano altre persone: l’ambiente degli User-generated media (Ugm) ha acquisito vieppiu’ importanza negli ultimi anni sino ad arrivare ai vertici di molte aziende, quotate e no. Ed e’ per questo che sono nate e cresciute delle belle realta’ che dello studio e dell’applicazione su questi nuovi media stanno facendo un’attivita’ redditizia.

Un aspetto al quale, tuttavia, si comincia a dare rilievo sempre piu’ e’ quello degli Sgm, Stakeholders-generatedmedia, ovvero il sottoinsieme di Ugm che fa riferimento a quell’universo variegato di stakeholder che ruota intorno ad un’azienda: azionisti, partner, collaboratori, fornitori, dipendenti. In qualche modo, su questo versante, aveva intuito qualcosa Wal-Mart quando qualche anno fa aveva tirato su quel fake blog in cui due persone, prendendo a pretesto il viaggio tra East e West coast  per andare a trovare il figlio, raccontavano l’ambiente degli stakeholder di Wal-Mart. L’iniziativa venne chiusa dopo qualche giorno, quando venne scoperto dal Washington Post che queste persone erano, invece, pagate da un’associazione sostenuta da Edelman, allora agenzia di Wal-Mart.

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Al di la’ degli ipermercati e degli stakeholder in generale, e’ molto importante conoscere il giudizio dei dipendenti sulla societa’ in cui lavorano. Proprio grazie a Marco, vengo a conoscere di questa iniziativa che valuta da questo punto di vista le societa’, una sorta di Great places to work ma con valutazione dal basso. 

Sopo.it raccoglie in via anonima giudizi dei dipendenti sulla societa’ e si va configurando come uno di piu’ interessanti esperimenti per quanto riguarda la comunicazione interna. In merito abbiamo ottimi esempi - come quello di Fiat - che da queste parti si conosce da molti anni, eppure questa branca e’ stranamente scissa dalla comunicazione offline, figurarsi per quanto riguarda l’online.

Nonostante queste divisioni, esistono realta’ che riescono a coniugare i due aspetti in un unicum bizzarro quanto interessante come l’ornitorinco con la differenza che questo animale ha un po’ la nomea del looser (e da queste parti lo si ama per l’appunto).

Tutto questo discorso sulla comunicazione interna fa venire in mente a chi scrive il discorso a LeWeb di Tony Hsieh, ceo di zappos.com, dal titolo “delivery happiness” (vd. slideshare). A un certo punto, ha detto che se qualcuno avesse voluto il libro della societa’, lo avrebbe fatto spedire, cosa che ho richiesto in pochi secondi.

Cosi’, dopo una settimana, il volume e’ arrivato a casa direttamente da Las Vegas. Va bene il tono apologetico e autoincensante tipico delle pubblicazioni aziendali ma il libro e’ denso di citazioni entusiastiche dei dipendenti. Se si unisce questo elemento al fatto che secondo Fortune, zappos.com e’ tra le 100 societa’ dove si sta meglio, forse viene da pensare che in fondo non e’ tanto male questa azienda nata nel ’99 e che nel 2008 ha sfondato il fatturato di 1 miliardo di dollari.

Il punto dove si vuole arrivare con quanto scritto e’ che nella costruzione di una societa’, dalla sua immagine al suo posizionamento, si dovrebbe pensare ai suoi dipendenti non solo come rotelline un po’ stupide di un ingranaggio – vedi quello che diceva Watson della sua IBM – ma anche formare i dipendenti come evangelist - wow, una parola di moda - della propria azienda.

E per farlo ci vogliono non tanto i soldi bensi’ una cultura imprenditoriale che il libro di Zappos.com ben spiega. Da un management illuminato a un ambiente recettivo e stimolante, dove la proposizione del dipendente e’ ben vista e associata. Non e’ un caso che Zappos si trovi in Nevada dove le T di Florida - tecnologia, talento e tolleranza - sono la regola. Divagazioni.

Una volta che Sopo sara’ fornito di molte recensioni, sara’ interessante fare un confronto con l’annuale ricerca di Great places to work. E, infatti, viene segnalato da Wolly che Ferrari non sarebbe poi un cosi’ gran bel posto dove lavorare. Certo, ci sono da scontare molti fattori - anonimato si’ o no dei commenti? Il bad riding frutto dell’anonimato etc etc - pero’  questa discrasia va in qualche modo regolata. 

Cosa puo’ fare dunque un’azienda: creare un ambiente aperto, fare buoni prodotti e renderne orgogliosi i dipendenti in modo che questi possano inondare la rete di commenti genuini e coprire le invidie. Sono loro, i dipendenti, il tuo passaparola. 

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