Ago 22 2008
Pukkelpop 2008: io nn c’ero
Ma il mio amico (e altri ancora) sì. Per fortuna. Perché così si può imparare come si fanno le recensioni. Quelle definitive.
Ago 22 2008
Ma il mio amico (e altri ancora) sì. Per fortuna. Perché così si può imparare come si fanno le recensioni. Quelle definitive.
Mar 10 2008
Grazie alla mia ottima Fede, mi sto divertendo un mondo a leggere un libro di Bryson, intitolato Mother tongue, che tratta - recita la quarta di copertina - di come una lingua considerata per centinaia d’anni alla stregua di una lingua inadegata e per rozzi sia ora diventata la lingua globale per eccellenza. E’ un libro che sublima il mio desiderio di conoscenza per una lingua che parlo male ma che trovo straordinariamente ricca di parole di cui innamorarsi. Bryson affronta diversi argomenti: come la lingua si è evoluta, le pronunce, i tipi di inglese, come l’inglese ha importato parole straniere all’interno della propria cultura e, viceversa, come l’inglese è andato imponendosi in molti idiomi e, infine, come alcune parole hanno fatto la spola tra il vecchio e il nuovo mondo.
Il lbro non è solo un tributo alla lingua: tra le righe si può leggere quanto di meglio è espressione della cultura anglosassone. Tutti quei fattori che rendono attraente per molte persone l’idea di trasferirsi oltre la Manica: l’ironia, l’entusiasmo per le cose, la cultura del rischio e dell’errore, l’incoscienza.
Proprio questi ultimi punti mi stanno facendo riflettere parecchio negli ultimi tempi. Già una frase citata da Stefano (if you’re not prepare to be wrong, you’ll never come with anything original) è stata per me illuminante, ma soprattutto l’altro giorno lo è stato una cosa che mi è successa: è venuta ospite da me una ragazza americana, strà-cutie ça va sans dire, conosciuta in un bar d’oltralpe dal mio amico. Scesa giù in Italia per portare il suo bimbo a casa, è venuta da me perché aveva dei problemi di alloggio. Come minimo, come dice il mio amico, nella stessa situazione - in Italia, a casa dell’amico di un tipo conosciuto poche sere prime e copletamente ubriaco - temerei per le mie reni!
Questo è indicativo di un’intera nazione. Poi penso alla situazione italiana, a come siamo fatti, a come la maggior parte delle persone si relaziona in Italia, e prende un po’ lo sconforto, per quanto un Paese come questo, alla vigilia delle elezioni, sia proprio in una fase di crisi culturale diffusa. La gente non si prende dei rischi prima di tutto nei rapporti con gli altri e, di conseguenza, neanche con se stessi. La forte chiusura nei confronti del nuovo impedisce la formazione di rapporti e pone forti barriere all’ingresso per la paura di prendersi la fregatura. Dovremmo essere più liberali nell’animo: il protezionismo è una grande fregatura e la teoria dei campioni nazionali ha fatto il suo tempo perché viveva un’epoca dove il fallimento era una condizione negativa e perpetua. Le correnti liberali invece predicano il fallimento, o meglio la possibilità del fallimento, come condizione naturale per lo sviluppo di soluzioni nuove.
Penso che se riuscissimo a unire questa cultura anglosassone alle virtù italiane un nuovo rinascimento* prevarrà, perché è sempre meglio un errore dell’inerzia che abbiamo vissuto in questi anni. Quindi, il 13 aprile vado a votare con il rischio di fare ancora una volta la scelta sbagliata.
* questa del nuovo rinascimento l’ho letta da qualche parte stamani ma nn riesco a trovarne la citazione, help!
Gen 13 2008
Poche palle, una prima lettura in italiano, qualche mese di sedimentazione e un’edizione in inglese di cui capisco (veramente poco) e finalmente un nuovo libro preferito. Generazione X di Coupland è il libro definitivo per chi infila una parola di francese nei propri discorsi, ha dubbi esistenziali, ha un profondo disgusto per i furbetti del quartierino.
Dalla quarta di copertina: overeducated, intensely private and unpredictable non è proprio il mio caso ma è la descrizione di molti dei miei amici. La cosa pazzesca è che dopo oltre 15 anni questo libro è ancora attuale nel descrivere quell’età di passaggio verso i 30 di una generazione nata senza grossi problemi ambientali come guerre varie, pentapartito, rivoluzioni fallite. Non è un libro indicativo del proprio tempo, bensì uno semplicemente universale.
Basta prendere una delle tanti frasi esplicative ai margini della pagina.
Difatti, il friend of mine dice sempre che è il mio libro e gli fa specie che sia stato proprio moi a regalarglielo.
E’colpa di Michele, che a suo tempo ne aveva parlato assez, se me ne sono invaghito.
Dic 20 2007
Ma alla fine chissene e diciamolo il disco dell’anno: se per numero di ascolti avrebbero dovuto vincere i Cinematics con il loro album di debutto, a Strange education, con 5 potenziali singoloni, quello che vince il titolo di migliore album secondo la giuria di qualità composta da me, è The Reminder di Feist, raffinato, elegante, semplice, sobrio, intenso, struggente,riflessivo, intimo, impenitente e gioiosissimo.
Dic 19 2007
Un anno vissuto intensamente tra una sindrome che si riprende il tempo rubato e wtf sparati a vanvera, errori madornali (miei) e bastardaggini (altrui). Dopo aver letto la Sua ricchissima personale, stavo decidendo di scrivere un post sulle mie uscite preferite e così farò, anche se sono veramente pochine. Questo è l’anno in cui ho ascoltato ossessivamente i soliti 3-4 gruppi con la riscoperta di qualche gruppetto vecchio come i Libertines (desolato Enrico). Così ci si prova, in ordine sparso: il 2008 è fatto di momenti, i momenti sono accompagnati da musiche.
Moving pictures (Cribs): I was born in the merry city, I’ve been trying to get out of it
Arpegginlove (Amari): mi sono innamorata di te che non ricordi dove sono i miei occhi nemmeno
Break ( Cinematics): I’ve been peering from the edge, looking for the answers to the questions I never asked
Phantom pt2 (Justice): …
Love today (Mika): da-da-di-da-da-ri-da, dum
Don’t you ever (Immediate): that’s the way I run away
Che poi, a dire il vero, è stato più l’anno dei concerti: con gli amici, le prime volte con la ragazza, da solo o in Asocialità diffusa. Concerti sparsi, in altre città, in 4 gatti, nella bolgia. Rolling, Rocket, Idroskalo, Magazzini, Pavia, Assago, Brixton, laCasa, San Siro e quella landa desolata che pure i Belgi chiamano “laggiù” (ottimo crudo), tutto per quella cosa che sono i live, vissuti là in prima fila, sudando o criticando come i peggiori blasé della situazione, credendo negli unici pochi valori rimasti: God, love and rock’n roll (pseudocitazione). Perché alla fine tutto è interconnesso e sant’Agostino ci aveva ragione “credo ut intelligam”, mai il contrario, così come da queste parti si ha assoluta fiducia nelle note condivise con il pubblico, indipendentemente da chi le interpreta.
Altre canzoni non me ne vengono in mente, o forse sì, ma rilevare la mia anima tamarra, più di così, sfigurerebbe il personaggio.
E’ così l’ora di congedarsi, non prima di compiacersi ancora un po’di quanto scritto, ringraziando i miei principali spacciatori di musica (e nn solo) come il boll, i ragazzi del Boss, Eazye, Brugo, Enrico, CiKki, i Sciampagnino, i Rocksuckers e, buon ‘ultima, Dariella.
Ora manca solo Austin per finirla coi clichés. Che Jim sia con voi.