Tag Archive 'business model'

Feb 27 2013

3wine: Lo spirito del vino si tuffa nell’e-commerce

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Da Che Futuro

Ci sono diversi modi di fare e-commerce e quello a subscription sembra essere in questo momento a più alto tasso di crescita perché coniuga una gestione intelligente della liquidità con un efficiente uso del magazzino e una stima più precisa delle vendite.
Se poi a questo trend si aggiungono le peculiarità locali di cui è ricca l’Italia e le passioni dei singoli, gli ingredienti per una buona startup ci sono tutti. E’ il caso di 3wine che da Verona, ogni mese, consegna ai suoi clienti 3 bottiglie di vino da accompagnare a delle ricette, consigliate da loro.
E’ la creatura di Alberto Zampini che coordina specialisti di diversi campi perché oltre all’idea è fondamentale il team e l’implementazione del progetto. Lo abbiamo incontrato in un’osteria veronese, ovviamente davanti a un Ripasso e a un Reciòto della Valpolicella, e ci ha rivelato i segreti di 3wine, sviluppi e retroscena.  Continue Reading »

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Dic 22 2009

Speranze e delusioni a Working Capital, Milano

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La scorsa settimana si e’ svolta a Milano la tappa milanese del Working Capital, organizzato in Bocconi da Telecom e Dpixel. Accanto a un panel sull’innovazione, lo si chiami cosi’ per semplicita’, ci sono stati i cosiddetti pitch: presentazioni di idee – gia’ avviate e no – da parte di aspiranti imprenditori. Ogni sessione di 3 minuti e’ seguita da domande di una giuria composta da esperti del settore. Ogni domanda e’ atta a valutare la bonta’ dell’idea e la profittabilita’ di un eventuale investimento.Della ventina di presentazioni viste, si salvano davvero poche imprese.

Il modello di business di molte imprese, infatti, e’ piuttosto farraginoso, vuoi per la grandezza degli investimenti  – uno si proponeva di sostituire le macchine per le fototessere con altre che realizzassero anche video – vuoi per la lentezza del ritorno sull’eventuale investimento. I promotori non sembravano molto soddisfatti.
Altri motivi di sconforto sono stati la bassa qualita’ di alcune presentazioni: in platea spesso si faceva fatica a leggere le diapositive, alcuni relatori erano decisamente incapaci di parlare in pubblico, qualcuno denotava una scarsa conoscenza dell’ambiente competitivo in cui operano oppure riproponeva in salsa italiana esperienze estere gia’ avviate (e aggiungo io, gia’ tentate nel nostro Paese), altri ancora non si capiva proprio che cosa volessero fare o perche’ fossero li’.

In generale, il modello di business sembrava essere quello del provare a tirare su qualcosa, fare il botto e vendere al primo che capita. Un po’ come Twitter , solo che ora Twitter i profitti li fa per davvero, contrariamente a molte aspettative.

D’altra parte, proprio un paio di affermazioni da parte degli organizzatori sono sembrate interessanti:

  1. Se non avete un’idea della struttura dei ricavi, l’importante e’ creare delle metriche condivise che possano far capire la qualita’ delle operazioni.
  2. Se pensate di avere un’idea originale, allora forse non e’ tanto profittevole oppure non avete considerato i concorrenti.

Insomma, esperienza positiva ma i contenuti, in qualche modo dal basso, non erano all’altezza delle aspettative.

Sono disponibili i miei appunti su gran parte dei singoli interventi.

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Dic 16 2009

Live blogging da Working Capital, Milano

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Oggi live blogging dall’aula magna Bocconi per il Working Capital di Telecom Italia, evento italiano dedicato alle startup. 

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Dic 15 2009

10 dubbi e domande sulle startup italiane che a LeWeb non c’erano

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In Allmagna duecento e trentuna,cento in Francia, in Turchia novantuna,ma in Espagna son già mille e tre!Madamina, Il Catalogo e’ questo (dal Don Giovanni)A LeWeb 2010 il filo rosso che collegava i vari interventi della rassegna parigina era quello dell’imprenditoria e del venture capitalism: sul palco si sono alternati interventi ispiratori di quelli che ce l’hanno fatta, e panel degli esperti che vanno alla ricerca di idee gia’ avviate.In uno degli ultimi interventi, c’era un panel – la gang (bang) europea –  sull’imprenditoria che si e’ sviluppata nel vecchio continente.Effettivamente, la situazione era strana: il panel infatti era anticipato da un altro dibatitto al quale stavano partecipando perlopiu’ americani.Dal confronto dei diversi punti di vista emergono alcune differenze fondamentali come il ruolo negativo della politica e viceversa il vettore della domanda europea nel fornire una customer base di partenza troppo piccola per le aziende. (quest’ultimo non mi sembra una debolezza, bensi’ un’opportunita’, come vedremo piu’ avanti)Al di la’ di questo, Andrea pone un quesito interessante: perche’ in quel panel, nonostante una presenza blogger tricolore di spessore, non c’erano rappresentanti italiani?Per rispondere a questo quesito, ci si deve prima di tutto fare una serie di domande alla quale chi scrive e chi legge puo’ dare la propria personalissima risposta in base alle esperienze e conoscenze.1. L’Italia e’ veramente un paese di creativita’?Dipende. Al di la’ del discorso generalista e oltre al fatto che esistono tanti ambiti di espressione della creativita’, la mia impressione e’ che invece ci sia tanta scoppiazzatura di idee gia’ in qualche modo avviate in altri Paesi.2. E’ una peculiarita’ italiana?No, esistono cloni dappertutto, anche nell’amata Germania o in Francia.L’importante e’ farsi spazio in mercati locali, costruirsi una forte customer base nel proprio mercato per poi, eventualmente, aggredire quelli esteri e affini, e soprattutto fare bene e con passione il proprio lavoro. 3. Tuttavia come mai poche iniziative locali su scala mondiale?Probabilmente deriva dal fatto che le iniziative partono troppo tarate su base locale per sfruttare il legame con il territorio e non riescono viceversa a internazionalizzarsi, magari perche’ nel frattempo sono state copiate proprio dagli americani che riescono a lanciarle su scala mondiale. 4. In generale, come vengono accompagnate le idee dallo sviluppo al mercato?L’impressione e’ che troppe idee siano velleitarie, i modelli di business siano approssimativi del tipo “facciamo, poi si vedra’“.Il risultato diventa una perdita di tempo.5. E’ una prerogativa italiana?Direi proprio di no da quel che ho visto a LeWeb durante la startup competition.6. C’e’ spazio in Italia per le aziende tecnologiche o dobbiamo ridurci alle borsette o al design? Qui la questione si fa ardua: i talenti ci sono sia a livello di ingegneri che di marketer, tuttavia, a meno che non trovino spazio in qualche gruppo internazionale, in molte altre realta’ italiane diventano spesso talenti sprecati.7. Quindi e’ un problema di domanda, offerta o struttura del mercato italiane? Direi un po’ tutt’e’ tre. Nelle mie varie esperienze ho trovato risposte negative nella non programmazione, nell’incapacita’ di alcune persone di accettare idee fresche (magari presentate male da chi scrive, non lo si escluda) e nel fatto che forse il mercato italiano e’ troppo piccolo per determinati ambiti. 8. Ma l’ambiente italiano e’ tanto peggiore di altri?Perplessita’ e fastidio se si pensa all’ambiente italiano. C’e’ un problema oggettivo di burocrazia: l’annuale classifica dell’Ocse sulla competitivita’ ci pone di solito dietro la Malesia ma, che figata, prima del Burundi.Tuttavia, anche gli altri Paesi europei percepiscono la burocrazia locale come un peso, quindi e’ un falso problema locale.Un tedesco sul palco ha rilevato come Berlin – ma aggiungerei anche Hamburg, Munchen e Frankfurt – essendo una citta’ bella e con bassi affitti, e’ in grado di attrarre i talenti di Europa e offrire alle aziende il brodo di coltura per iniziative di successo e per far incontrare, magari in qualche club di musica elettrronica, le diverse figure aziendali.Quindi, probabilmente c’e’ un problema ambientale di un certo peso.Quante citta’ possono attrarre e trattenere i propri talenti in Italia?9. Forse c’e’ un problema di capitali? Se ben mi ricordo il tasso di risparmio italiano, insieme a quello giapponese, e’ ancora tra i piu’ alti al mondo. Quindi il problema e’ riuscire a convogliare questi capitali inattivi nei depositi in fondi di investimento abili a portare il giusto mezzo di competenze e liquidita’ nelle societa’ appena nate.Altre domande non me ne vengono in mente: magari al working capital di domani, mi verra’ in mente altro. Ovviamente se qualcun altro vuol aggiungere qualcosa e’ benvenuto.

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Dic 10 2009

Seconda giornata a LeWeb 09, Paris

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Giornata positiva a Paris, tutto sommato. Si e’ parlato molto di Venture Capital: la cosa a dir il vero lascia un po’ perplessi. La manifestazione difatti dovrebbe avere come target il pubblico delle aziende e di chi ci lavora, non aspiranti imprenditori bisognosi di consigli. Ma questi sono problemi di chi ha pagato il biglietto perche’ i contenuti sono molto interessanti.In ogni caso alcuni speech sono stati particolarmente efficaci: tra questi quello del ceo di zappos.com, Thomas Hsieh, che ha presentato una vision aziendale, Delivering Happiness, molto interessante: la cultura aziendale e’ parte e prodotto del proprio progetto di realizzazione personale per il conseguimento della felicita’.A seguire, la regina Rania di Giordania, che ha fatto una bellissima presentazione utilizzando come filo conduttore il twitter che lei  tiene. Particolarmente efficaci alcune sue dichiarazioni su come il lifestreaming possa, debba, essere usato per il lifechanging. Ha presentato anche il suo progetto 1goal, sperando che venga adottato dalla sala di LeWeb, vedremo.La competizione delle startup ha visto vincitrice Stribe.com, uno strumento per creare community su siti aziendali. Un progetto davvero interessante.Inutili alcuni talk successivi sull’importanza delle persone e delle community, da rispettare e coltivare: da queste parti e’ molto tempo che si assiste ai convegni dove tutti dicono la stessa cosa. Si e’ abbastanza sicuri che anche il pubblico generalista sappia ormai tutte queste queste cose e se le senta ripetere gia’ da molto tempo.L’intervento di Yossi Vardi dal titolo “Rise of emotional Web“: tra video e battute sull’evoluzione del consumatore oggi e’ riuscito a creare uno dei momenti migliori qui a LeWeb.Altro momento importante e’ stato il panel European Gang, sull’imprenditoria europea, le sue difficolta’ e peculiarita’, punti di forza e debolezza. Su tutti Martin Varsavsky e’ stato quello che piu’ ha detto cose intelligenti e che ha ribadito con piu’ fermezza l’appartenenza al suo Paese d’adozione, la Spagna, nel voler costruire un’impresa.Il panel finale diretto da Steve Gillmor di Techcrunch non aggiunge molto e chiude questa edizione di LeWeb.Il bilancio per il 2009 e’ stato sicuramente positivo: c’e’ qualche perplessita’ sulla scelta di alcuni temi, forse troppo legati al tema del Venture Capitalism, e di come questi potessero essere di interesse per una platea formata perlopiu’ da aziende. In ogni caso, l‘alto livello dei contenuti, la caratura delle persone intervenute e l’atmosfera di semplicita’ che hanno caratterizzato LeWeb lo rendono la manifestazione piu’ importante in Europa.La speranza e’ avere, il prossimo anno, non solo il pass di official blogger come quest’anno ma anche e soprattutto un panel piu’ europeo di quello prevalentemente americano di oggi, segno che anche nel vecchio continente le cose stanno cominciando a muoversi per il meglio.

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Dic 10 2009

Primo pomeriggio a LeWeb 09, Paris

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Il pomeriggio e’ scorso senza grandi interventi: sulla carta era l’ora dei cosiddetti guru del web, dell’imprenditoria e del venture capitalism. Consigli ad aspiranti imprenditori, richieste ai politici e workshop mascherati hanno fatto da fil rouge per la seconda parte della giornata. C’e’ quindi da registrare una certa distonia tra i temi trattati sul palco e il pubblico formato perlopiù da aziende che avrebbero forse voluto dal palco principale sentir parlare di piu’ di comunicazione e meno di cosa fare per avviare una societa’.

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Dic 09 2009

Prima mattinata a LeWeb 09, Paris

Published by under comunicazione,segnalazioni

Interessante mattinata a LeWeb. Numerosi interventi, sebbene alcuni di questi fossero decisamente markettosi. D’altra parte lo spazio allo sponsor non si puo’ non dare.Il tema di quest’anno ruota decisamente intorno al tema delle App: la presenza sul palco di fornitori di contenuti, dispositivi e di piattaforme fa presagire lo scontro sul controllo di queste. Sara’ lo store di Apple o Nokia a prevalere, quello degli operatori, rappresentati sul palco da Orange, o saranno le applicazioni ad essere talmente potenti da avere libera circolazione tra le diverse piattaforme? Penso che sia un tema su cui le autorita’ dovrebbero gia’ cominciare a deliberare per evitare problemi di concentrazione e di antitrust dopo, o no?L’impressione di chi blogga, tuttavia, e’ che il business model delle startup presenti consista nel generare hype su un’iniziativa per raccattare investimenti dai fondi di venture capitalist in una sorta di Aspettando Godot del capitalismo contemporaneo.E’ questo il problema dell’imprenditoria di oggi: non pensare a qualcosa di autosostenibile dal primo giorno.Addirittura, il fondatore di Twitter,  Jack Dorsey, e’ venuto a Paris non per dire come la sua creatura comincera’ a generare profitti ma per annunciare la sua nuova startup, Square, dedicata ai micropagamenti, iniziativa interessante, per carita’. Si tratta fondamentalmente di un plug, fornito gratuitamente, da attaccare al telefonino da usare come lettore di carte di credito.Qui il business model e’ piu’ chiaro: si tratta di portare a tutti la possibilita’ che oggi viene data ai commercianti , dietro una commissione salata. Sara’ interessante vedere come questa novita’ si leghera’ con le soluzioni speculari di micropagamenti in via di sviluppo – ancora loro – dagli operatori telefonici. La soluzione di Dorsey ha il pregio di avere una maggiore fisicita’ che dovrebbe garantire una maggiore semplicita’ per il pubblico di massa.Concludendo, tra gli operatori sembra circolare ottimismo anche se si denotano problemi sui business model, poco chiari e un po’ naif nel contare sul semplice fund raising.Per leggere gli interventi piu’ iportanti di stamani, c’e’ il live blogging.

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Gen 06 2009

Di iPod, longevità e fruizione

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E’ tanto tempo che ho in canna questo post: l’ottimo Gioxx chiedeva alla fine di novembre quali fossero gli album più longevi sul proprio lettore mp3. Nel mio caso, con una certa calma, mi fa piacere segnalarne 3 che, nonostante siano cambiati i gusti di chi scrive e soprattutto il modo di fruire la musica, rimangono lì imperterriti.

  • Lenny Kravitz5“: bellissimo album del ’98, scoperto durante una vacanza con Eazy, che all’epoca era Wasta, all’Elba, vacanza dove l’unica volta che finimmo in spiaggia nn facemmo neanche il bagno, per le meduse. Per poi dormire, alzarci alle 5 e andare per i dancefloor dell’isola all nite long (seeeeeeeh). L’Elba fu anche il luogo della prima versione di Sweet home Alabama dei Lynird Skynird che mi ricordi e di una pasta krasta wurstel e tonno che ci inventammo. Grandissima vacanza dove Eazy cominciò a diventare il mio spacciatore di riferimento.
  • Autori Vari300% dynamite“: compilation con i più classici autori reggae da Lee Scratch Perry a Shark Wilson a Sister Nancy, praticamente la base per ogni dj che si rispetti e per ogni serata con un unico comune denominatore: il grande fun. Anche questa è opera di mr. beloved Eazy ma il ricordo più vivo legato a questo album fu il soggiorno di una casa di Limerick alle 6 del mattino, con il bagno del piano di sopra che colava acqua di sotto sul dancefloor e noi di sotto a ballare, fradici, sulle note di Jungle Lion (parte a 23s con quel fenomenale riff). Gran vacanza, grand potatoes.
  • Autori Vari7 – Gli Anni ’50“: anche questa è una compilation di quelle dedicate al Jazz che uscirono con Repubblica intorno al 2000. Ci sono dentro pezzi famosissimi jazz come Take 5 di Dave Brubeck o That old black magic di Oscar Peterson, pezzi magici e simbolo del periodo jazz più vispo, spensierato e ricercato che sono stati gli anni ’50. E’ un album molto legato ad un volto: la persona non c’è più da un certo punto di vista ma per fortuna l’album è rimasto :)

Questi sono gli album più vecchi che, mi sembra, ho caricato per primi e ho continuato a portarmi dietro i diversi lettori che ho avuto. Certo, il modo di fruire la musica è cambiato ed è quasi antistorico parlare di album in un momento in cui gli album esistono sempre meno e si ascoltano bulimicamente singole tracce così come gli artisti sono sempre più orientati a ragionare proprio in questa direzione.

Proprio per questo motivo, ancor più apprezzabile dovrebbe essere un’opera come Dystopia (gran rece di Eazy) degli amati Midnight Juggernauts che hanno creato questo album pensando ad atmosfere spaziali, quasi alla star trek, sul viaggio, la fuga, la ricerca di se stessi e di un nuovo spazio, lontani da una Terra distrutta.

Il concept album, una creatura misteriosa che rinasce nel 2008 con questo gruppo, i Midnight, decisamente anni ’70 nelle sue sonorità e nelle citazioni. Quest’opera, nella speciale classifica di fine anno, non è stata citata perché la si credeva erroneamente del 2007 ma si sarebbe piazzata sicuramente seconda dopo quel capolavoro dei Cut.

Inutile ricordarlo, il 2008 è stato l’anno dell’Australia.

This world don’t mean a thing to me, without those songs you sing to me

Midnight Juggernauts “Nine lives

Midnight Juggernauts “Shadows” (cominciano lente ma poi spaccano)

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