Mar 10 2008
Mother tongue e la sagra degli errori
Grazie alla mia ottima Fede, mi sto divertendo un mondo a leggere un libro di Bryson, intitolato Mother tongue, che tratta - recita la quarta di copertina - di come una lingua considerata per centinaia d’anni alla stregua di una lingua inadegata e per rozzi sia ora diventata la lingua globale per eccellenza. E’ un libro che sublima il mio desiderio di conoscenza per una lingua che parlo male ma che trovo straordinariamente ricca di parole di cui innamorarsi. Bryson affronta diversi argomenti: come la lingua si è evoluta, le pronunce, i tipi di inglese, come l’inglese ha importato parole straniere all’interno della propria cultura e, viceversa, come l’inglese è andato imponendosi in molti idiomi e, infine, come alcune parole hanno fatto la spola tra il vecchio e il nuovo mondo.
Il lbro non è solo un tributo alla lingua: tra le righe si può leggere quanto di meglio è espressione della cultura anglosassone. Tutti quei fattori che rendono attraente per molte persone l’idea di trasferirsi oltre la Manica: l’ironia, l’entusiasmo per le cose, la cultura del rischio e dell’errore, l’incoscienza.
Proprio questi ultimi punti mi stanno facendo riflettere parecchio negli ultimi tempi. Già una frase citata da Stefano (if you’re not prepare to be wrong, you’ll never come with anything original) è stata per me illuminante, ma soprattutto l’altro giorno lo è stato una cosa che mi è successa: è venuta ospite da me una ragazza americana, strà-cutie ça va sans dire, conosciuta in un bar d’oltralpe dal mio amico. Scesa giù in Italia per portare il suo bimbo a casa, è venuta da me perché aveva dei problemi di alloggio. Come minimo, come dice il mio amico, nella stessa situazione - in Italia, a casa dell’amico di un tipo conosciuto poche sere prime e copletamente ubriaco - temerei per le mie reni!
Questo è indicativo di un’intera nazione. Poi penso alla situazione italiana, a come siamo fatti, a come la maggior parte delle persone si relaziona in Italia, e prende un po’ lo sconforto, per quanto un Paese come questo, alla vigilia delle elezioni, sia proprio in una fase di crisi culturale diffusa. La gente non si prende dei rischi prima di tutto nei rapporti con gli altri e, di conseguenza, neanche con se stessi. La forte chiusura nei confronti del nuovo impedisce la formazione di rapporti e pone forti barriere all’ingresso per la paura di prendersi la fregatura. Dovremmo essere più liberali nell’animo: il protezionismo è una grande fregatura e la teoria dei campioni nazionali ha fatto il suo tempo perché viveva un’epoca dove il fallimento era una condizione negativa e perpetua. Le correnti liberali invece predicano il fallimento, o meglio la possibilità del fallimento, come condizione naturale per lo sviluppo di soluzioni nuove.
Penso che se riuscissimo a unire questa cultura anglosassone alle virtù italiane un nuovo rinascimento* prevarrà, perché è sempre meglio un errore dell’inerzia che abbiamo vissuto in questi anni. Quindi, il 13 aprile vado a votare con il rischio di fare ancora una volta la scelta sbagliata.
* questa del nuovo rinascimento l’ho letta da qualche parte stamani ma nn riesco a trovarne la citazione, help!
