E’ da oltre un mese che non si aggiorna il blog. A dir la verita’ si e’ scritto molto ma pubblicato pochissimo, un po’ perche’ gli argomenti non erano adatti alle tematiche che questo blog affronta, un po’ perche’ sarebbe stato inopportuno per molti motivi.Agli inizi di gennaio si sono prese delle decisioni molto importanti: mollare tutto e lasciare questo Paese, destinazione l’amata Francia. Non proprio una scelta, quasi la necessita’ di cambiare per un ensemble di motivi che solo quelle 3-4 persone sanno. E in quel momento e’ arrivata la proposta giusta e che sapevo sarebbe arrivata come succede spesso quando uno e’ pronto a mettere sul piatto tutto.Cosi’ ci si ritrova in un nuovo ufficio, con nuove responsabilita’ e soprattutto nuove persone con le loro peculiarita’ e ricchezza.La cosa che mi fa impazzire e mi mette di buonumore tutte le mattine e’ come tutti abbiano conservato nel parlare la propria variante regionale: si puo’ ben distinguere il romano, lo spezzino, il lombardo, il veneziano, le toscanita’ varie e le cadenze distinte e differenti di quel triangolo ricchissimo tra Emilia e Romagna (deo gratias, nessun veronese). Forse, l’unico del luogo, inteso come Milano, e’ chi scrive.Cosi’ come e’ milanese il modo in cui ci si saluta al mattino, a pranzo, sera.”Ciao” e’ forse una parola troppo corta perche’ intervengano i dialetti o ne venga storpiata la dolcezza del suono. Ed e’ anche l’unica parola che viene pronunciata alla milanese, un po’ strascicata sulla C, indugiante sulla A e quel suono armonico nonostante l’unione di vocali tanto lontane fra loro fanno.Gia’, un “ciao” come questi e’ un motivo sufficiente per restare nell’amata Milano.
Ieri sera a Milano, i ragazzi di Sottolapanca hanno organizzato un dibattito - a suo modo geniale la scelta di anticiparlo da un buffet - sul tema dell’informazione e l’autorevolezza ai tempi di crisi dell’editoria e dello user-generated content.Alla tavola era invitato anche Vittorio Pasteris: pochi giorni prima a LeWeb aveva rilasciato un’intervista in cui parlava proprio di questi temi.
In Allmagna duecento e trentuna,cento in Francia, in Turchia novantuna,ma in Espagna son già mille e tre!Madamina, Il Catalogo e’ questo (dal Don Giovanni)A LeWeb 2010 il filo rosso che collegava i vari interventi della rassegna parigina era quello dell’imprenditoria e del venture capitalism: sul palco si sono alternati interventi ispiratori di quelli che ce l’hanno fatta, e panel degli esperti che vanno alla ricerca di idee gia’ avviate.In uno degli ultimi interventi, c’era un panel - la gang (bang) europea - sull’imprenditoria che si e’ sviluppata nel vecchio continente.Effettivamente, la situazione era strana: il panel infatti era anticipato da un altro dibatitto al quale stavano partecipando perlopiu’ americani.Dal confronto dei diversi punti di vista emergono alcune differenze fondamentali come il ruolo negativo della politica e viceversa il vettore della domanda europea nel fornire una customer base di partenza troppo piccola per le aziende. (quest’ultimo non mi sembra una debolezza, bensi’ un’opportunita’, come vedremo piu’ avanti)Al di la’ di questo, Andrea pone un quesito interessante: perche’ in quel panel, nonostante una presenza blogger tricolore di spessore, non c’erano rappresentanti italiani?Per rispondere a questo quesito, ci si deve prima di tutto fare una serie di domande alla quale chi scrive e chi legge puo’ dare la propria personalissima risposta in base alle esperienze e conoscenze.1. L’Italia e’ veramente un paese di creativita’?Dipende. Al di la’ del discorso generalista e oltre al fatto che esistono tanti ambiti di espressione della creativita’, la mia impressione e’ che invece ci sia tanta scoppiazzatura di idee gia’ in qualche modo avviate in altri Paesi.2. E’ una peculiarita’ italiana?No, esistono cloni dappertutto, anche nell’amata Germania o in Francia.L’importante e’ farsi spazio in mercati locali, costruirsi una forte customer base nel proprio mercato per poi, eventualmente, aggredire quelli esteri e affini, e soprattutto fare bene e con passione il proprio lavoro.3. Tuttavia come mai poche iniziative locali su scala mondiale?Probabilmente deriva dal fatto che le iniziative partono troppo tarate su base locale per sfruttare il legame con il territorio e non riescono viceversa a internazionalizzarsi, magari perche’ nel frattempo sono state copiate proprio dagli americani che riescono a lanciarle su scala mondiale.4. In generale, come vengono accompagnate le idee dallo sviluppo al mercato?L’impressione e’ che troppe idee siano velleitarie, i modelli di business siano approssimativi del tipo “facciamo, poi si vedra’“.Il risultato diventa una perdita di tempo.5. E’ una prerogativa italiana?Direi proprio di no da quel che ho visto a LeWeb durante la startup competition.6. C’e’ spazio in Italia per le aziende tecnologiche o dobbiamo ridurci alle borsette o al design?Qui la questione si fa ardua: i talenti ci sono sia a livello di ingegneri che di marketer, tuttavia, a meno che non trovino spazio in qualche gruppo internazionale, in molte altre realta’ italiane diventano spesso talenti sprecati.7. Quindi e’ un problema di domanda, offerta o struttura del mercato italiane?Direi un po’ tutt’e’ tre. Nelle mie varie esperienze ho trovato risposte negative nella non programmazione, nell’incapacita’ di alcune persone di accettare idee fresche (magari presentate male da chi scrive, non lo si escluda) e nel fatto che forse il mercato italiano e’ troppo piccolo per determinati ambiti.8. Ma l’ambiente italiano e’ tanto peggiore di altri?Perplessita’ e fastidio se si pensa all’ambiente italiano. C’e’ un problema oggettivo di burocrazia: l’annuale classifica dell’Ocse sulla competitivita’ ci pone di solito dietro la Malesia ma, che figata, prima del Burundi.Tuttavia, anche gli altri Paesi europei percepiscono la burocrazia locale come un peso, quindi e’ un falso problema locale.Un tedesco sul palco ha rilevato come Berlin - ma aggiungerei anche Hamburg, Munchen e Frankfurt - essendo una citta’ bella e con bassi affitti, e’ in grado di attrarre i talenti di Europa e offrire alle aziende il brodo di coltura per iniziative di successo e per far incontrare, magari in qualche club di musica elettrronica, le diverse figure aziendali.Quindi, probabilmente c’e’ un problema ambientale di un certo peso.Quante citta’ possono attrarre e trattenere i propri talenti in Italia?9. Forse c’e’ un problema di capitali? Se ben mi ricordo il tasso di risparmio italiano, insieme a quello giapponese, e’ ancora tra i piu’ alti al mondo. Quindi il problema e’ riuscire a convogliare questi capitali inattivi nei depositi in fondi di investimento abili a portare il giusto mezzo di competenze e liquidita’ nelle societa’ appena nate.Altre domande non me ne vengono in mente: magari al working capital di domani, mi verra’ in mente altro. Ovviamente se qualcun altro vuol aggiungere qualcosa e’ benvenuto.
Nuovo episodio, questa volta da casa, tra i preparativi per il ringraziamento, biscotti della fortuna e l’avventura della spazzatura.
Special Guest: i temporary flatmates.
Va anche detto che il mattino seguente ci siamo persi la parata in programma ma tant’e’. La sera prima abbiam fatto bisboccia con Steve Angello e la gente simpatica dell’Illinois. Piu’ tardi si va a mangiare il tacchino e, perche’ no?, a tacchinare.
Prossimi episodi dal pranzo di thanksgiving e dalle strade commerciali di Chicago che domani vedrano una vera battaglia, dove uomini e donne si scontrano all’insegna dell’attivita’ piu’ amata dagli essere umani. Nel giorno che fa impazzire gli Stati Uniti e i suoi abitanti. Un giorno che comincia quando e’ ancora notte. Black friday.
Breakingzen, in modalita’ servizio pubblico, terra’ aggiornati gli utenti sui dati di spesa dei cittadini americani.
Una visita di almeno due settimane permette di vivere la citta’ secondo i ritmi dei suoi abitanti. Infatti, da queste parti si esce ogni sera alla ricerca dei visi sorridenti degli stessi.
Scherzi a parte, i tempi sono bui, grami e mestianche qui ma perlomeno c’e poca tensione, cosa che purtroppo caratterizza i locali a supposta alta socialita’ dello stivale.
Si sono girati molti locali in questi giorni in Illinois. Tuttavia, anche qui c’e’ bisogno di staccare e ogni tanto sentire il calore di casa. La nostalgia dei miei temporary flatmate - i classici cervelli in fuga che han trovato casa alla Northwestern - ha una sorta di tradizione, comune peraltro a molte persone in Italia: domenica pizza.
Cosi’, si e’ andati a Spaccanapoli, una delle migliori pizze napoletane mai provate, anche per gli standard italiani.
La storia di questo locale e’ molto interessante perche’ tutto nasce dall’amore di Jonatan, il proprietario, per l’Italia che ha girato alla ricerca dei segreti dela pizza, fino ad arrivare a Napoli, dove e’ divntato ufficialmente pizzaiolo.
Si potrebbero pensare alle solite tovaglie a scacchi bianchi e rossi, ai suonatori di mandolino e alla mozzarella di Buffalo (nel senso della citta’). Invece, l’arredamento e’ moderno, sobrio ma non freddo. Due enormi ritratti che dominano la sala e foto moderne della citta’ rendono il posto estremamente accogliente e italiano nel senso piu’ generoso del termine.
Parallelamente, mi viene in mente una frase di Marco Mazzei: nel suo blog parlava di come le citta’ belle sono quelle che guardano al futuro. Ed e’ apparentemente paradossale che la municipalita’ di Chicago decida l’ampliamento della perla della citta’, l’Art institute, affidandosi proprio al tradizionale genio italiano, quello di Renzo Piano per la precisione. (non stiamo a far sottigliezze, qui ci sarebbe da aprire un’enorme parentesi ma lasciamo stare).
D’altra parte, c’e’ questo rinnovamento - questa volta dalla base - che fa leva sull’italianita’, ma non quella esibita e falsa, come spesso e’ sovente, bensi’ quella che scava nelle sue radici piu’ autentiche, radici che ahime’ in Italia, citando il cardinale, stanno dando al giorno d’oggi frutti indigesti.
Insomma, la morale - perche’ in tutto c’e’ sempre una morale e le morali nei discorsi faceti sono sempre quelle piu’ amare - e’ che a furia di concentrarci sull’ombelico dalle nostre parti e di adagiarsi su un illustre passato si perde il principale asset del paese, il primato dell’italianita’, sopraffatto nel suo paese d’origine dal falso mito della creativita’ a tutti i costi, dell’inopportunita’ della progettualita’ e che tutto possa essere immutabile.
E il piatto di un pizzaiolo di Chicago non e’ piu’ una semplice portata in tavola ma diventa l’ennesima pizza in faccia ad un Paese in declino.
Avvertenza: post da leggere solo dopo aver mangiato e se si ha in programma una puntatina su Chicago.
Andare negli Stati Uniti, soprattutto se Europei e della bio-bourgeosie, significa confrontarsi con una dieta fortemente proteica. D’altra parte, quando sei a Roma, ti comporti da romano. (e se sei a Lecco? Non e’ lo stesso perche’ Roma cmq non e’ stata costruita in un giorno, obviously).
Cosi’, tra guide per turisti e riviste locali per indigeni, da queste parti si e’ andati alla ricerca dell’hamburger perfetto: il delicato risultato di un equilibrio tra morbido pane, carne per cotta all’esterno, al sangue dentro, bacon croccante ma non bruciato, cheddar stagionato sciolto, salse che legano i diversi ingredienti.
Avete presente quando succede qualcosa nella propria vita e sapete che nulla sara’ piu’ come prima? Da oggi, da queste parti si puo’ dire di aver superato il tipping point degli hamburger - e delle patatine - e che ogni hamburger non sara’ piu’ lo stesso dopo aver provato quello di DMK Burger.
Come si puo’ vedere dai video, mangiare qui e’ un’esperienza mistica: hamburger perfetto, cornice molto carina, patatine fritte al parmesan, pepe nero e crema di tartufo, birra europea. Infine, c’e’ stato un dono - anzi, love, come scritto sullo scontrino - della casa: un affogato al cappuccio con crunchie dentro.
Il servizio e’ molto americano: solerte, veloce, disponibile, puo’ risultare a volte invadente ma lo si apprezza molto, soprattutto se ti e’ stata assegnata la piu’ graziosa cameriera ever, Christiane (la si puo’ mirare nei video), coadiuvata dall’ottima caposala Marina. La cura del cliente negli US e’ impareggiabile, anche al netto della mia Europeness, rispetto a realta’ come Francia o Italia dove e’ quasi il cliente a dover ringraziare per esser andato nel loro locale e non il contrario.
Abituati a questo genere di servizio, noi europei in US siamo portati alla sagra di farsi quelle cose a vicenda in Pulp fiction.
Chiaramente, nel piu’ puro stile dello scriba, si e’ attaccato bottone con i gestori: hanno aperto da poche settimane e stanno registrando un ottimo successo, anche grazie all’articolo su Timeout, al twitter e alla galleria di foto da scoprire.
Da queste parti si adora la sensazione del vivere la lontananza sfasati rispetto al momento in cui la piu’ parte dei propri contatti vivono. I primi giorni e’ stato difficile per via del jet lag, poi il prestigio e la meraviglia: andare a letto quando gli altri si svegliano, pranzare alla fine della giornata altrui di lavoro, cenare nel sonno profondo dei propri amici, far colazione nella pausa pranzo degli ex colleghi.
Una strana sensazione di liberta’ e di tranquillita’. Sette ore sono un attimo ma sono un abisso. Come un abisso, a volte, puo’ essere la differenza tra i diversi costumi che separano Americani ed Europei. In questa breve esperienza in Illinois, come gia’ si e’ accennato su Facebook, si ha avuto la possibilita’ di incontrare persone sul territorio. Tra i recenti incontri - di quelli ovviamente pubblicabili - ce ne sono stati due che mi hanno particoalrmente colpito che peraltro meriteranno un post a parte.
Il primo e’ stata la cena con un professore del mio temporary flatmate. In Italia e’ particolarmente sentito il concetto della bella figura con i parenti, gli amici, i genitori, i colleghi. Cosi’ spesso si fanno matrimoni particolarmente fastosi perche’ e’ l’ambiente che lo richiede e se non sono presenti almeno 200 invitati ne viene meno il buon nome della famiglia. Ma c’e’ anche l’auto di rappresentanza oppure iscriversi a una determinata palestra o frequentare un certo master. Spesso, sono questioni di mera apparenza, altre invece sono questioni piu’ genuine, come appunto una occasione di convivialita’ con il proprio mentore. Da queste parti piacciono queste manifestazioni: il lavoro e’ una parte importante della propria vita, e’ quello che ti permette di stare lontano dai propri affetti e, in questo mondo, di farli funzionare. Soprattutto ancor piu’ importante e’ quando si fa entrare l’attivita’ professionale nella propria sfera degli affetti.
Cosi’, venerdi’ sera viene qui a cena, con l’ottima moglie, il professore di uno dei ragazzi che ospitano lo scriba. La cena prevede portate italiane: prosciutto crudo e cotto, lasagne alla maniera di Reggio Emilia, tiramisu, ribattezzato per l’occasione pick me up. La conversazione risulta essere quella tipica americana fatta di small talk e curiosita’. I due ospiti sono molto giovali e aperti, curiosi e gran conoscitori anche della provincia piu’ remota italiana. Non si fanno nomi per non generare discussioni.
Il punto e’ il seguente. Da queste parti si e’ avuta, di grazia, un’educazione molto rigida quanto a stare a tavola: posizione eretta, nessuna parola mentre si mastica, nessun gomito sul tavolo ne’ tantomeno mano inattiva sotto (tantomeno una mano attiva). Proprio quest’ultima e’ quella che i un incontro che ruota intorno all’Atlantico puo’ porre dei problemi. Da questa parte dell’Atlantico, infatti, il galateo prevede che la mano inattiva non venga appoggiata sul tavolo e resti bensi’ sulla gamba. Quindi, la situazione era questa: due signori di mezz’eta’ del buon ceto riflessivo americano con la mano sotto il tavolo, tre ragazzi italiani di buona famiglia con una mano, la sinistra, sopra il tavolo. Un gioco di contrapposizioni.
Un altro episodio e’ piu’ recente: e’ lunedi’ sera e si decide di andare ad una serata di house Chicago style. La compagnia, gia’ di per se’ ottima, si impreziosice di un ragazzo italiano di 26 anni e di suoi 3 amici locali. Questo ragazzo, Davide, vive qui da ormai 12 anni: i suoi decidono di trasferirsi dall’Italia con il figlio adolescente. Il ragazzo e’ perfettamente bilingue, capace anche di fare freestyle e, dalle poche parole scambiate, si vede che e’ uno sveglio. Il classico esempio di integrazione e di come sia possibile passare da un costume ad un altro, anche - e’ probabile - a tavola.
Le serate sono poi piacevolmente volate con le varie missioni compiute: il mio temporary flatmate ha fatto bella figura, Davide si e’ fatto una.
Di seguito altro episodio con i dettagli dello scalo a Londra, questa volta dalla ruota panoramica di Chicago: da queste parti si adora fare i turisti, non c’e’ niente di male. In ogni caso, ancora in fase sperimentazione, piuttosto rincoglioniti, fuori fase e con problemi di fuso.
Sdraiato su una spiaggia, al sole e al vento, a piedi nudi nella sabbia, da queste parti si e’ fatto un video dalla spiaggia, forse ne seguiranno altri o forse no. In ogni caso si fanno esperimenti e - con il tempo, costanza e (auto)critica - si migliorera’.