Archive for febbraio, 2012

Feb 29 2012

Lasciare un lavoro, crearsene uno

Published by under comunicazione,io

Sono passati 2 anni da quando sono entrato in Hagakure, più che un’agenzia, una bella scuola di vita che ha ispirato, pare, addirittura un libro#truestory.

Tuttavia, ci sono momenti in cui bisogna crescere in qualche modo e cambiare. Prima di procedere, comunque, una piccola premessa.

Fin da piccolo, ci sono state storie che mi hanno guidato, tutte storie un po’ sfigate ma tant’è. Eccone un paio.

  • La prima è quella di Icaro: la sua brama lo portò ad avvicinarsi troppo al sole che gli sciolse le ali e lo fece finire in mare.
  • La seconda è la vecchiaia di Ulisse, raccontata da Dante e interpretata da Gassmann, aka la perfezione: “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza“. Ulisse decide di andare oltre le Colonne d’Ercole ma il suo è sterile desiderio di conoscenza fine a se stesso e per questo viene fatto punire con un naufragio, nel Sud del mondo.

Queste storie erano il caldo disincentivo per qualsiasi velleità finché, nell’ultimo anno, ci si è ricordati delle vere storie che contano, quelle di Zio Paperone.

Un po’ la colpa è aver riscoperto tra i propri scaffali gli allegati più fighi della storia di un giornale, più delle figurine di Veltroni: erano gli albi sull’economia che il Sole 24 ore distribuiva con il quotidiano, il lunedì se non ricordo male. L’economia raccontata attraverso i fumetti di Paperone aveva un sapore strano, quello dell’avventura, l’invenzione, il rischio.

Zio Paperone era quello che poi, all’università, dava pieno valore all’espressione schumpeteriana di Distruzione Creatrice.

In quest’ottica, anche da queste parti, bisogna distruggere il proprio presente per poter creare qualcosa di nuovo: sono stati ottimi anni quelli in vle Bligny ma era l’ora di guardare avanti. E provare a muoversi verso altre direzioni con pragmatica incoscienza, graduale ottimismo, tanta autodisciplina.

Inutile dire che a Marco, Chiara e Matteo – pur nella diversità di vedute, normale quando ci sono in ballo personalità forti – si deve moltissimo e che questo gioiellino che si chiama Hagakure nasce dalla loro capacità di non far limitare le persone al compitino ma di farle andare oltre se stesse, senza scomodare le Colonne d’Ercole. A loro la mia gratitudine e riconoscenza per due anni fondamentali.

Senza nulla togliere, mi mancheranno anche alcuni colleghi (per tutti – non me ne vogliano gli altri – l’ottima Mara), alcuni clienti (su tutti, Enrico e Giovanni!), fornitori e amici bloggerz con i quali ho avuto la fortuna di avere un rapporto sempre basato sul reciproco rispetto e la trasparenza. Non è un addio, questo è un mondo piccolo e promiscuo e la vita è piena di sorprese: anzi, probabilmente si avrà la fortuna di beccarli con meno rigidità e necessari formalismi.

Insomma, due anni si chiudono, con la consapevolezza di aver, da una parte, meno occasioni di incontrare alcune di queste persone e, dall’altra, di aver trovato, in alcuni casi, degli amici.

Viel Spaß e, come nelle migliori delle tradizioni, fate del vostro peggio.

OST: Midnight JuggernautsInto the Galaxy.

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Feb 13 2012

I desideri sono ambizioni: Clärchens Ballhaus

Published by under io,segnalazioni

Ci sono luoghi fantastici in giro per il mondo, basta esser curiosi e fortunati, due caratteristiche che, di grazia, non mancano da queste parti. Clärchens è uno di questi, un luogo a Berlino, in Auguststr, Mitte, davanti al quale sono passato spesso davanti incuriosito senza mai osare fare il passo decisivo. Paradossalmente, si hanno meno timori ad entrare da soli in un club piuttosto che in una balera. Perché è proprio di questo che si tratta.
Clärchens è uno di quei luoghi che le guide, tranne quelle redatte da persone fighe, non sempre citano. E così una domenica pomeriggio – complici il gelo, la chiusura di negozi e, soprattutto, l’ignoranza – la curiosità porta un gruppetto a sperimentare.
Il piano di sotto è una sala da thè con un palco e un dj: qui fanno la loro comparsa uno sparuto manipolo di radical chic – i miei amici ed io – da una parte e famiglie numerose dall’altra con un nutrito gruppo di persone agé. La musica è quella della DDR, pop ballabile crucco. E già qui vale la visita.
Al piano di sopra, invece, la vera meraviglia: la sala dei concerti, gli stucchi alle pareti con muri scrostati, specchi 3×4 ancora scheggiati delle ferite della guerra e, ad un lato dello spazio, un gruppo klezmer con clarinetto, fisarmonica, contrabbasso, xilofono, violini. Tutto dominato da un lampadario enorme in vetro e illuminato da candelabri accesi sparsi per la sala. In una parola, decadente, come lo ha definito l’amica che mi ha convinto a dare una chance a questo posto.

Con elementi di questo tipo possono capitare molte cose.

Che un gruppo italo-franco-tedesco si metta a ballare su un palchetto in cima a una scala dal quale si domina la sala. Pubblico in delirio, musicisti anche, gestore pure. Tranne il tecnico. Lui “Raus”.

Che i musicisti facciano spazio davanti a loro per permettere il ballo di sala.

Che si sia un po’ timidi e si resti per 5 minuti ai margini, senza riappropriarsi della scena. Finché non ci si guardi e si decida di trascinare il suddetto gruppo in mezzo alla sala con una frase stupida. “Oh-my-god, it’s fame” (più o meno alla loro maniera).

Le movenze erano quelle di Cats perché da queste parti il ballo e la teatralità sono essenziali.
Come i musicanti di Brema o il pifferaio di Hämmerlin – d’altra parte siamo in Crucconia – la carovana si muove con passo inesorabile verso il centro.
Con la coda dell’occhio, da queste parti si nota che una tipa guarda e quel che si pensa in quel preciso momento, è che non si è mai ballato con Madre e che “avrebbe fatto piacere farlo con lei piuttosto che ballare con queste ragazzette della mia età”. Così si prende la tipa e comincia la danza: avrà avuto 70 anni, per questo avevo pensato a mia matre.
Qualcuno potrà pensare che si tratti di un mero protocollo XXX, dove XXX è un caro amico che usa scientemente questa tattica: prendi la tipa più vecchia del locale, ballaci, tutte ti guarderanno con occhi migliori. Ma tant’è.
Il bello della Germania – di Berlino, anzi, che è ben diverso – è che la gente si prende decisamente molto meno sul serio. Si lavora seriamente, ci si devasta nel weekend e si lavora forse più duramente non solo con un senso di colpa da lunedì ma anche con un senso di stupore che a volte parte, come in questo caso, dalla coda dell’occhio.

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