Nov 09 2010

Venture Camp: Mind the Bridge

Published by at 15:11 under io,social network,vita reale

Sabato scorso da queste parti si ha avuto la fortuna di assistere al Venture Camp 2010, organizzato da quei grandissimi di Mind The Bridge. I lavori, a dir il vero durati due giorni, hanno spiegato cosa vuol dire fare startup e impresa tecnologica grazie all’esempio di imprenditori che ce l’hanno fatta. E’ stato un corso di igiene mentale e di buoni consigli che dovrebbero aver ispirato la platea a fare meglio.

Purtroppo il periodo è quello che è per scriverne in modo ragionato. Ecco quindi qualche spunto volante della giornata di sabato:

  • Fabio Violante, Neptuny: we didn’t build the company to sell it, we built it to last
  • Roberto Bonzio, Italiani di frontiera: la capacità di creare link dev’essere il parametro di affidabilità di una persona.
  • Massimo Sgrelli, wave group:  metafora dei porcini: quando sei grosso devi diventare invisibile in Italia.
  • Alberto Onetti: Ricerca e attività di business. Perché non funziona?
  1. Problema Paese e barriere legali
  2. Mancanza di efficaci uffici per trasferimento tecnologici
  3. Accademici non parlano business
  4. Università non offrono incentivi per iniziative di spin-off
  5. Scarsità di executives con competenze ben specifiche
  6. Scarsa visione/vocazione di biz, non abbastanza ambiziosa
  7. Imprenditore ha dei limiti: un giorno deve fare un passo indietro
  • Ruggero Frezza, M31: Le prime startup non sono esplose perché mancavano strategie di mgmt e capitali
  • David Orban, Singularity University, ha ricordato la paura culturale del fallimento e come, se solo le startup ricevessero un decimo dell’attenzione delle grandi società, non ci sarebbero problemi.

I lavori sono finiti con un serie di consigli degli Alumni di Mind the Bridge per fare tesoro dell’esperienza nella Baia, premio cui i finalisti del Venture Camp ambiscono.

  • Ottimizzare i minuti (Marcello Orizi, Prossima isola)
  • Starci il più possibile e voglia di mettersi in gioco (Antonio Bonanno, Tripshake)
  • Sfruttate i ragazzi di MTB per il networking (Francesco Baschieri, Spreaker)
  • Buttatevi e fate maggiore networking possibile, chiedete feedback (Pietro Ferraris, Econoetica)
  • Andare in US con l’ambizione di cambiare il mondo: l’understatement non funziona (Umberto Malesci, Fluidmesh)

Finiti i lavori, si è finiti al N’Ombra de’ vin di via San Marco per una bevuta tra amici vecchi e nuovi. Si è avuta la possibilità di parlottare con uno dei più bravi e colti narratori in circolazione, Roberto Bonzio di Italiani di frontieraReuters: si è parlato con lui delle multinazionali come vasi comunicanti dove il livello alle estremità è uguale ma con diverse tubature.
Il punto è che in Italia l’ambiente è difficile, il vaso è incrostato di un sistema malato e il talento emerge con difficoltà ma se questo elemento viene inserito in un contesto estero, relativamente pulito, più facilmente emerge. Vedremo.

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