Mar 31 2010

Cronache catanesi

Published by at 12:51 under io,vita reale

Hey Tony, finalmente vengo io giu’ e non tu al Nord. Be’, oh-Dio, anche tu ci metti di meno a venire a Milano che a Catania“.
Sindaco: “Ci dovete mettere nelle condizioni di poter lavorare
Giornalista: “Siete voi dell’amministrazione che dovete mettere le aziende nelle condizioni di poter operare
Sarebbe ingeneroso verso i partecipanti e i contenuti ridurre a queste frasi quanto invece di buono è stato e ha rappresentato questo convegno, perché a parte queste battute la giornata di Catania ha permesso a chi scrive di incontrare finalmente realtà diverse che hanno gli stessi problemi di quelli che ci sono al Nord, benché – è un’impressione – più amplificati.
Rispetto a tanti convegni celebrativi e autoreferenziali, veri e propri eventi di fuffa marketing, i dibattiti di Catania sono stati ricchi di spunti e non sono stati certamente ingessati.L’atmosfera che vi si respirava era tuttavia pieno di contraddizioni. Se al piano di sotto, c’erano gli Stati generali dell’ottimismo e del fare, sopra c’erano quelli della mestizia, disillusione, lamentela, tanto era lo sconforto su legalità, assistenzialismo, impunità.
Quel che è emerso è che ci vorrebbe una classe dirigente molto forte e autorevole. In effetti e’ un bel segnale, inciampo iniziale a parte, vedere il Sindaco seduto in penultima fila ad ascoltare e a non fare la figura del Paolo Romani, ovvero la figura di colui che con protervia e arroganza dimostra una chiara ignoranza della materia.
La coscienza di un problema e cominciare a cercare la soluzione, anche chiedendo consiglio agli esterni, sono già un buon inizio. Durante il dibattito, è stata anche buttata lì e raccolta l’idea di un tavolo operativo tra le diverse componenti sul palco, composta di imprenditori, venture capitalist e istituzioni. Si vedrà se sono le solite parole al vento.
In ogni caso, l’incontro è stato per chi scrive un corso di igiene mentale dove poter trovare conferma di alcuni stereotipi, cancellarne di altri e cogliere alcuni segnali di cambiamento, pur in un contesto segnato dall’immobilismo e dalla disillusione. Speriamo di coltivare questi segnali e farli crescere.
La prima parte della mattinata si è sviluppata intorno a dei dibattiti piuttosto accesi, in pieno stile catanese come mi ha spiegato la mia fonte locale.
Perché i talenti non sono messi nelle condizioni di lavorare? Tolleranza e Tecnologia dove sono? Proprio la brava Elita Schillaci, economista, ha dichiarato “Contaminazione tra culture, premiazione del merito, persistenza dell’azione devono essere le direttive secondo cui lavorare per l’innovazione“.
Come si colloca questa frase, perorata peraltro dalle mitiche formule di Richard Florida, non tanto a Catania ma in Italia, con una amministrazione che fa del diverso un delinquente a prescindere (vd il reato di immigrazione clandestina)?
Altri spunti significativi sono stati i seguenti:

Il gggiovane industriale: “Siamo in una regione dove i direttori generali vengono scelti dalla politica
Il rappresentante di ANCE: “No, il problema è che gli infermieri vengono scelti dalla politica

Il giovane sviluppatore/imprenditore a latere dice: “Lo spazio di 100mq all’incubatore con Sviluppo Italia costava 400€/mese prima che il Governo delegasse tutto alle regioni. Ora costa circa 800€/mese” (da verificare)

L’anima critica della città, 90enne architetto di sinistra: “Oggi c’erano 11 giocatori che giocavano tutti per una porta diversa“.

La guida di montagna, trasferitasi dal Nord qualche anno fa: “Qui c’è gente che non ha l’acqua e pensiamo alla tecnologia

Il consulente milanese: “Qui avete una risorsa enorme, il turismo, e la sfruttate male: forse l’innovazione dovrebbe partire da lì?

Il sociologo bollito: “Bisogna puntare sui digitali bla bla bla bla

Se vogliamo vedere gli aspetti positivi c’è coscienza di un problema e di alcune necessità ma si ha come l’impressione che sia una situazione gattopardesca. Si metta da parte questo elemento.

Nel pomerigio è stato il turno dei pitch, la maggior parte dei quali erano tuttavia un po’ embrionali, spesso senza slide e un’idea anche minima di metriche e struttura dei ricavi.
Per carità, quest’ultima cosa non è proprio necessaria. Parlando infatti con uno dei venture capistalist presenti, chi scrive gli ha fatto notare molte critiche che spesso vengono fatte ai VC proprio sulla loro richiesta di business plan, richieste che secondo i detrattori servono solo a farsi dare dati e idee gratis. Chiaramente non può essere così altrimenti il gioco non reggerebbe e il VC in questione avrebbe una pessima reputazione.
Quello che l’interlocutore ha detto di importante è che i business plan sono vecchi il giorno dopo e che servono solo a capire se le persone e il team hanno una volontà forte e una capacità di organizzare con coerenza un modello. Poi, più che il modello di business, sono importanti le eventuali metriche che possono esprimere il potenziale di un’idea.

Altri spunti più o meno interessanti sono stati InollSenseable Cities, la e-ludo di Salvo Mica (segnalatami dal buon Kurai) che sta creando un social – per viralità e valenza educativa – game sulla mafia, i Google Technology User Group su Catania del palermitano Francesco Passantino, l’importazione del modello di Barcellona di Roberto ChibbaroSeeMS per scrivere SMS in mobilità, Il Cubo mediatico per portare Internet nelle piazze.Il resto degli appunti li trovate su FriendFeed.

Tra le altre presentazioni quella del mio boss – #momentoslapslap – è stata ottima non solo perché ha preso temi a me cari (NDR chi scrive è laureato in scienza delle finanze) ma anche perché ha messo in rilievo alcune cose che lo Stato può già fare per permettere la nascita e la crescita sostenibile delle aziende: saldo iva al saldo fattura per le aziende sotto i 5 anni, conversione fiscale per chi produce utili e li reinveste per assumere nei primi 3 anni, finanziamenti fiscali ad hoc per le startup.Il loro limite è che sono di buon senso ma tant’è. A queste si potrebbe aggiungere una proposta: saldo fatture a 60 giorni effettivi, soprattutto da parte dello Stato che spesso fa i pagamenti. Hey, Brunetta della Pubblica Amministrazione, cominciamo a dare il buon esempio? Vuoi spiegare perché se un professionista salta il pagamento arriva la finanza, se lo fai tu invece non succede niente o al più ti fai un decreto interpretativo? Soprattutto, dovrebbe essere garantito dalla legge che chi va fuori dai pagamenti, va sotto controllo della finanza. Non la solita sequela dell’ufficio acquisti che ti paga dopo la scadenza e spesso chiedendoti pure lo sconto.

A questo punto è chiaro qual è il filo rosso che collega davvero gli interventi: il vero convitato di pietra della trasferta emerso qua e là nelle discussioni è il bisogno forte di legalità. Ancora dopo quasi 20 anni dalla primavera siciliana.

Se si dovesse riassumere tutto in poche domande: non è velleitario parlare di innovazione quando mancano le certezze su questo versante? Quando in alcuni paesini mancano le infrastrutture di base? Quando Catania e Palermo sono a un 1h30 di autostrada e 4 di treno con cambio a Gela? Possibile che in tre giorni chi scrive non abbia trovato una persona favorevole al ponte sullo stretto?

Alla fine della 3 giorni siciliana, si torna con più dubbi che certezze, e si è quindi piuttosto combattuti tra due orientamenti: ci concentriamo sull’innovazione come volano dello sviluppo possibile oppure proviamo a partire da zero? E quanto siamo disposti a cedere alle nostre pseudo libertà quotidiane per il bene comune? Una risposta precisa qui non si riesce a dare ma forse bisognerebbe cominciare a ragionare su questo aspetto.

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